17. La Fine

La fine ha un inizio. Eccolo. L’ora delle riflessioni finali, delle conclusioni. Cos’è rimasto, cos’è scomparso, cosa ci sarà, cos’è uguale, cosa cambierà.

Siamo tornati esattamente da un mese. E mi rimetto a scrivere. Ho voluto lasciare scorrere diversi giorni prima di scrivere una fine. E ho voluto aspettare di ritornare in Germania. Per vedere l’effetto che fa.

Vuoi sapere che effetto fa Ben? Ora te lo racconto, ma ti basterà aspettare poco più di una decina d’anni per diventare me. A meno di non seguire teorie quantistiche e universi dove tutte le storie sono possibili in ogni momento, quello che conta è solo la partenza e l’arrivo. O qualcosa del genere.

Arrivo nell’ultimo giorno d’estate, in una Monaco elettrizzata dallo scoppio di una bomba della seconda guerra mondiale, successo la notte precedente. Mi godo il sole morbido di fine agosto lungo il fiume. Che accarezza la pelle. Che mi fa pensare al sole pesante che mi dovevo trascinare sulle spalle in Indonesia. Sotto ad un sasso un biglietto: “Ho trovato i tuoi occhiali da sole. Li ho portati al chiosco”. Wilkommen in Deutschalnd! Te lo immagini in Italia? “Ho trovato i tuoi occhiali da sole. Grazie!” E il secondo benvenuto sarà la pioggia ininterrotta dei successivi cinque giorni. E dopo tre mesi pieni di sole e caldo, si fanno sentire quanto la bomba dell’altro giorno.

Ritrovo il mio appartamento in uno stato sconcertante. In tre mesi nessuno sembra aver fatto le pulizie. Il water è marrone e puzza notevolmente. La cucina sembra una stalla, piena di sporcizia e di resti di cibo sul pavimento. Mi sale un fastidio tremendo che per un paio di giorni mi renderà tesissimo. E mentre osservo sbalordito il pavimento, indeciso sul da farsi, pensando che mi farebbe schifo toccare qualsiasi cosa, mangiare su quei piatti lavati con noncuranza, bere in quei bicchieri macchiati da strani aloni, cucinare in quelle pentole unte, pisciare in quel bagno nauseabondo, una ruota d’immagini mi gira in testa, dietro agli occhi. Una turca fetida abitata da scarafaggi, un rubinetto incrostato al posto della doccia, letti macchiati di sangue, piatti sciacquati nel fiume, mani sporche, fogne a cielo aperto, immondizia che brucia lungo le strade dei villaggi, puzza di pesce essiccato e di fogna. Certo, shock iniziale, ma poi chi ci faceva più caso? L’arte della pazienza e dell’adattamento. Sorrido pensando al contrasto. A quando sia volubile il meccanismo di valutazione che utilizziamo ogni giorno.

Ovviamente qui è diverso. Qui è tutto pulito e perfetto. Qui ad agosto può far freddo. Qui tutto è in ordine, scorre com’è previsto. Qui le persone spesso sembrano automi. Qui l’aria non è mai elettrica, se non deve scoppiare una bomba. Qui la gente non saluta. Diciamocelo, nonostante i tanti discorsi che facciamo per giustificare le nostre scelte. Parlo fondamentalmente di Germania, anche se relativizzato, è un discorso che va bene pure in alcune grandi città italiane. Qui nessuno ti caga sostanzialmente. E’ una scelta di convenienza o di necessità, rimanere qui. Non di piacere, almeno per quanto mi riguarda. E riguarda molti altri. E’ un mondo perfetto tecnicamente, ma i sorrisi indonesiani non ci sono per la strada, e nemmeno gli “hi mister, how are you?”, nemmeno lungo le scale del mio condominio e a volte nemmeno dentro casa mia. E non vivo da solo. La gente cerca di stare per i cazzi suoi. Non ha tempo. Deve sempre correre da qualche altra parte. Non sorride e non riflette. O lo fa pigramente. Mi chiedo se chi progetta macchine per cucinare pop-corn abbia mai pensato che fa un lavoro essenzialmente inutile. E magari si stressa pure, tallonato da scadenze o scarse vendite.

L’Indonesia mi ha lasciato molte di queste piccole domande a cui io non so rispondere, non ne ho gli strumenti. Non sono un sociologo, ne un filosofo, nemmeno un colto. Fondamentalmente sono un foglio bianco su, cui con più o meno casualità, sono state scritte tante cose. Storie, esperienze, conoscenze, nozioni, amicizie, delusioni, amori, città vissute, viaggi, lauree, preferenza per la mozzarella di bufala, le cozze e per i bigoli in salsa, per le località di mare, piacere nell’addormentarsi sul divano e nell’annusare un pacco di caffè appena aperto, soddisfazione per compiere imprese più o meno inusuali. Come per esempio partecipare al Mongol Rally il prossimo anno.

E così ti alzi in piedi ed osservi quest’enorme foglio disteso sul pavimento, pieno di innumerevoli segni attorcigliati che descrivono chi sei. E cerchi di tirarne fuori qualcosa. E non è facile.

In un angolo c’è scritto Indonesia. C’è scritto che non è stato il viaggio più bello di sempre. Perché mi aspettavo molto, forse troppo. Sono partito con la testa di un occidentale. Sbagliato. Ora lo so. C’è scritto che la scala delle distanze si è ulteriormente relativizzata. Che il desiderio di essere un essere umano libero di spostarsi lungo il globo terrestre senza nessun tipo di vincolo, è cresciuto ancora di più. C’è scritto che la confusione è sempre più grande. Ma c’è scritto pure che non c’è da preoccuparsi. Sicuri? C’è scritto che i sorrisi della gente sono l’immagine più bella che mi sono portato a casa -ecco perché sopra ho parlato di Germania-. La sensazione di essere al posto giusto. Anche a Berastagi in quell’hotel schifoso. Anche a Medan quando abbiamo scorto un ragazzetto che si faceva una pera lunga la via principale del centro. Il movimento come strumento di felicità. La scoperta, l’avventura, la ricerca di qualcosa di autentico, di raro, di vero. Perché in fondo siamo esseri mediocri. Come la società in cui viviamo. E la nostra mediocrità non ci basta. Perciò cerchiamo qualcosa che ci faccia sentire migliori. Unici. Speciali. Diversi. E lo siamo davvero caro Ben. Bisogna solo acquisire una visione binoculare che fonda la visione interna con quella esterna creando un mondo in tre dimensioni dove il nostro io è continuazione, causa e conseguenza del mondo che abbiamo attorno. Che è forse un modo diverso per definire quello che io intendo un cittadino del mondo.

In quell’angolino, dove c’è scritto che questa è stata una delle esperienze più significative e belle del mio decennio da vagabondo, c’è scritto anche che continuerò a chiedermi, fosse anche per tutta la vita, se sia giusto vivere così. Ingabbiati in schemi talvolta assurdi, talvolta ragionevoli ma pur sempre limitanti. Dove accettiamo come dogmi delle regole imposteci da qualcuno che nemmeno percepiamo. Invece di abbandonarci ai nostri sogni e piaceri.

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