16. L’inevitabile

Giovedì 2 Agosto. Sveglia. Colazione veloce, caffè balinese e toast con burro e marmellata di ananas. Gli zaini belli carichi sono lì, appoggiati nell’angolo della stanza, in ordine, pronti ad essere sollevati e messi in spalla. Dovrei essermi svegliato con le palle girate e senza voglia di parlare. Invece guardo la grande statua del Budda nel terrazzino fuori dalla nostra camera. Mi sento come alle elementari prima di partire per la gita di fine anno. Non esattamente così emozionato, a dir la verità. Sono di buon umore e non rifiuto di proferire parola. Saranno gli dei balinesi? Saranno le mie letture filosofiche e tutti i principi degli stoici e gli epicurei? Forse contribuiscono, ma il motivo è che sono felice. Anche se stiamo tornando. La realtà è che stiamo andando a Singapore, non tornando. Mi aspetta un volo, un pranzo di ravioli cinesi, magari una cena indiana, una passeggiata in China Town. Come potrei non essere contento?

E allora zaino in spalla, scendiamo le scale, salutiamo la nostra landlady come fosse nostra mamma, ci accompagna all’uscita traboccante di sorrisi e di mani che salutano e ci incamminiamo alla ricerca di un taxi. Due signori lungo il marciapiede ci aiutano a fermare uno dei rari taxi presenti lungo le strade di Sanur alle sei del mattino. In mezz’ora scarsa siamo all’aeroporto. Finiamo le poche rupie rimaste comprando piccoli souvenir e ci mettiamo in fila per l’imbarco. Mi risveglio con i grattacieli di Singapore sotto di noi e già sento il gusto dei ravioli al chili crab che mi si sciolgono in bocca.

Lasciamo i bagagli al deposito e ci fiondiamo al Marina Bay Sands. Una ragazza ci ferma e vuole venderci dei cosmetici. Vuole che ci laviamo le mani per testare la qualità del prodotto. Lei, truccata, profumata, non un capello fuori posto. Noi, vestiti sgualciti, non puzzolenti ma quasi, fisicamente provati. Il lavandino, ceramica perfettamente bianca, pulita, liscia. Mi risciacquo le mani e subito delle gocce di acqua scura lo trasformano in un dalmata. Lei ci mostra l’acqua nel lavandino con il sorriso e lo sguardo di chi aveva previsto tutto. La ignoro completamente, e mi perdo nelle mie solite riflessioni. E’ la società più evoluta che ha sporcato di gocce nere il candore di anime semplici e felici? Oppure è l’efficienza di una società moderna che ci ha permesso di pulire le nostre vite dalla miseria e dal degrado?

Riprendo coscienza quando sento il prezzo dei sali magici e della crema miracolosa che sta cercando di vendere invano ad Elena. Due barattolini hanno quasi il prezzo di un mese di viaggio. E’ sempre una questione di scelte.

Entriamo al Din Tai Fung, ordiniamo ravioli al chili crab, noodles, carne con tofu e beviamo tè caldo. Lo stomaco si riempie e i miei pensieri si alleggeriscono.

Din Tai Fung – Singapore

Dopo aver gironzolato per China Town per un paio d’ore, andiamo ad Orchard Road per incontrare Panos, un carissimo amico di Atene che non vedevamo da qualche anno. Prendiamo un caffè veloce in uno dei tanti centri commerciali della zona, ci raccontiamo le nostre vite in brevissimo tempo e ci diamo appuntamento per il dopo cena.

Nel frattempo proviamo ad organizzare la cena con Irene e gli altri ragazzi che avevamo conosciuto esattamente ventiquattro giorni prima, ma non ci riusciamo. E per un attimo ci sentiamo persi e soli, ma è un pensiero che passa veloce sovrastato dalle tante facce diverse che ci camminano attorno.

Skyline – Singapore

Saliamo al Marina Bay Sands, l’esempio del mondo decadente in cui viviamo a detta di Panos, e ammiriamo lo skyline di Singapore. Tutte queste cazzo di lucette, i grattaceli infiniti, le strade percorse da piccole automobili impazzite. E dietro di noi l’infinity pool piena di gente ricca che beve cocktail, il bar e il ristorante affollati di giacche e cravatte e biglietti da cento dollari. Bello. Per te Ben, sarebbe bello. Te lo sento anche dire. La modernità, il progresso, la ricchezza, l’apparenza. E’ bello si, mi sono sempre piaciute le viste dall’alto. Ma guardo in avanti e tutt’intorno, mi sembra tutto finto. Ogni piccolo particolare mi sembra finto. E anche tutte quelle persone mi sembrano finte. E anch’io mi sento per un istante finto, tanto da potermi gettare di sotto che tanto è tutto finto come lo schianto e l’inevitabile morte conseguente. E il contrasto con l’ultimo mese di vita è forte. Soli che salgono e che scendono racchiudendo emozioni e ricordi e immagini vere. Sorrisi di sconosciuti, strette di mano, saluti, conversazioni. Vere. Stanchezza fisica, delusione, felicità, tranquillità, stress, malessere, sete, fame, sensazione di caldo asfissiante. Tutto vero. Vero come gli autobus scassati, vero come le serate in compagnia di compagni di viaggio, vero come le notti negli hotel più sgangherati della mia vita, vero come la sensazione di morte in un treno notturno a Java, vero come i pancake di San, vero come gli incensi di Bali.

E’ un mondo decadente Panos, hai ragione tu.

Andiamo a Little India, ceniamo in un ristorante a caso, tutto super piccante e pesante. Poi aspettiamo Panos di fronte ad un tapas bar di Serangoon Road. Lui e Carol ritardano molto, rimanendo bloccati in un’infinita cena di lavoro. Ci raggiungono che noi siamo quasi addormentati. Ci propongo di andare a casa loro, bere qualcosa e dormire qualche ora prima di andare in aeroporto. Dato il nostro programma di passare la notte distesi nella sala partenze, accettiamo molto volentieri. Per la seconda volta, dopo la prima con Varun, il gin and tonic versione singaporese ci stenderà immediatamente lasciandoci appena le forze per fare una meritata doccia. Dopo qualche ora di sonno, salutiamo Panos e Carol e ci avviciniamo verso l’inevitabile volo di ritorno.

E questa volta l’espressione scura in volto non riesco a togliermela. Non ho voglia di leggere e trovare conforto nella filosofia, non ho voglia di ascoltare musica, non ho voglia di parlare. Ho voglia di appiattire la mente, renderla sottile sottile. Farla dissolvere nell’aria condizionata. Ma non sono di cattivo umore. Per niente. Sono solo rassegnato a dover tornare a casa. Che un modo per guadagnarmi da vivere viaggiando non l’ho ancora trovato. E che probabilmente sarebbe un bel modo di vivere anche se molto faticoso. Penso alle mie tasche vuote, più dell’anno passato, e alla sensazione di essere sempre più ricco. Penso alla mia vita professionale fallimentare, mi angoscio per qualche istante ma poi passa. Chissenefrega Ben. Ho il mondo e una vita fantastica. Chissenefrega. A volte mi prende l’ansia, ma poi passa. Chissenefrega.

Passiamo Dubai come attraversare una galleria e siamo di ritorno a Venezia. Siamo stanchi, sfiniti, disorientati, ma non abbiamo voglia di andare a dormire. E’ venerdì sera ed è giusto uscire. Mi prende una voglia di pizza fortissima che soddisferò in pochi minuti annaffiandola con una birretta fresca che non bevevo da giorni e chi mi stordirà leggermente, come quando avevo quindici anni.

Mi distendo a letto e passerò la notte a confrontare mondi e pensieri. A controllarmi la mente. Come quando ci si controlla una ferita dopo un’operazione, o la pancia dopo la dieta. Un mondo e un altro, un prima e un dopo. Colla dolciastra che cola sul mio viso come miele e avvicina la notte. Forse quando qualcuno non trova il suo posto nel mondo, è perché il suo posto è il mondo. Che ne pensi Ben? Tu che hai un posto nel mondo ben preciso, ti senti a tuo agio nel resto del mondo?

E mentre formulo teorie che legano la mia felicità al mio movimento lungo il globo terrestre, sulla falsariga della formula proposta dal Professor Paolo Gallina, la felicità è la variazione rispetto al tempo dello stato di una persona, mentre cerco linee lossodromiche che colleghino i luoghi significativi della mia esistenza, mentre calcolo in modo mistico ortodromie che mi indichino una direzione da seguire, un pensiero brillante mi illumina a giorno la testa: appena arrivato a casa non ho sentito il bisogno e il sollievo di usare il mio bagno! E ciò può significare una sola cosa: posso definirmi finalmente un viaggiatore.

Nonostante ciò, la strada è ancora lunga, anche se di sicuro è un passo in avanti per diventare un cittadino del mondo.

Le porte dell’Asia sono state aperte, entrata sud-est. Ci siamo presi il sole che sorge, grande e infuocato, rovente. E mi vedo in piedi, alle spalle un enorme portone di legno che si apre in un muro gigantesco. Il bagliore m’impedisce di vedere davanti e dietro di me. Mi sento sollevare. E con la calma di chi sa aspettare, mi faccio trascinare verso lo Zenith.

 

 

 

 

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