15. L’ultimo Bali

Spiaggia di Seminyak

Lunedì 30 Luglio. Ci svegliamo con la calma di chi sta bene e non ha fretta. Facciamo colazione e cerchiamo di organizzare la giornata.

Dopo la colazione con toast e uova, ci avviamo verso Beringkit, un villaggio a una sessantina di chilometri a nord-ovest di Sanur. Nyoman ci aveva assicurato che lì avremmo trovato i migliori coltelli artigianali balinesi, in altre parole il regalo per il papà di Elena. Raggiunto il villaggio, scopriamo che il mercato sarebbe stato il giorno dopo, ma non potendo ritornare cerchiamo tra le bancarelle lungo la strada. Riusciamo a trovare qualcosa di carino, tralasciando l’affascinante idea di comprare un coltello in stile Sandokan, almeno trenta centimetri di lama, che con molta probabilità ci avrebbe creato dei problemi in aeroporto.

Torniamo verso Seminyak, nel pieno del centro nevralgico del turismo balinese. A differenza di Kuta, che tradizionalmente è il polo di backpackers e del turismo più economico, Seminyak dovrebbe essere il lato più chic e alla moda dell’isola, frequentato da gente dello star system e da ricconi provenienti da ogni parte del mondo. Davanti a noi si apre una spiaggia immensa, costeggiata da palme e da palazzoni pronti ad accogliere una quantità incredibile di villeggianti. La spiaggia ben tenuta e ricoperta da lettini troppo costosi per il nostro standard, apre il sipario a onde chilometriche che si arrotolano con estrema dolcezza lasciando il tempo ai surfisti di cavalcarle.

Spiaggia di Seminyak

Il sud-est asiatico finisce qui. Almeno per quanto mi riguarda. Tra le tavole da surf e i cocktail in spiaggia, gli hotel a cinque stelle e i resort all inclusive, i negozi griffati e i locali alla moda. Distendiamo il nostro asciugamano sulla sabbia ben compattata della spiaggia, leggermente spaesati. Ci guardiamo intorno, da un lato impressionati dalla bellezza del posto, dall’altra disorientati dalla mancanza di armonia con il resto di Bali. E mentre, seduto per terra con le braccia attorno alle ginocchia, osservo i surfisti dirigersi in acqua, una faccia nota mi passa davanti a una decina di metri. Petto all’infuori, addominali scolpiti nonostante un fisico mingherlino, testa all’insù e passo arrogante, le spalle che, ben tese, si muovono avanti e indietro accompagnate da un movimento oscillatorio ben deciso delle braccia. Ci metto qualche secondo a collegare, ma una volta messo a fuoco il naso prominente che mi fa venire in mente una pinna da squalo, riconosco il lombardo che qualche giorno prima ci aveva offerto un posto al suo tavolo nel warung in centro ad Ubud. Mi tornano in mente i suoi consigli di evitare Kuta e dintorni “perché fa schifo, è un puttanaio, sono tutti lì!” e mi torna il disgusto, molto spesso immotivato a dir il vero, verso questo tipo di italioti.

Mi addormento sotto un sole che mi spalma prepotentemente sulla sabbia, sfruttando le mie qualità di lucertola ereditate da una vita precedente. Mi faccio cucinare per bene, da ambo i lati, per poi rinfrescarmi in acqua.

Lasciamo Seminyak e raggiungiamo Padang Padang, più a sud nella penisola di Bukit.

Una piccola caletta si apre tra le scogliere che lasciano spazio a qualche metro quadro di sabbia dorata. L’oceano s’infrange sulle rocce creando onde lunghissime perfette per i surfisti. Ci gustiamo il sole calante nuotando rilassati tra le poche decine di persone presenti. Risaliamo e ci dirigiamo al tempio hindu di Uluwatu.

Tempio di Uluwatu

Costruito in cima ad una scogliera che offre panorami suggestivi, è abitato da una numerosa comunità di macachi non troppo simpatici. E ce ne rendiamo conto ben presto sentendo le urla di qualche ragazza spaventata dagli attacchi di questi piccoli animaletti lesti che cercano costantemente di rubare qualcosa ai turisti. E mentre cerco di rassicurare Elena, dicendole di star tranquilla che non può succedere nulla, mentre scendiamo una scalinata coperta dalle ombre lunghe del tramonto, un piccolo macaco le si avvicina veloce, e punta i suoi piedi. Con le piccole manine cerca di sfilarle l’infradito che lei cerca di trattenere impaurita. Ma quando inizia a mostrare i denti e ringhiare, non può far altro che lasciare il bottino alla preda che se ne va contenta. A qualche metro di distanza si ferma a masticare la gomma con passione. Cerco di avvicinarmi per recuperarla, ma mi affronta deciso con i lunghi canini ben in vista. E mentre mi rassegno data la mia impotenza, ecco che spunta un balinese in sarong, che lancia qualcosa da mangiare all’animale che a sua volta, si convince a lasciare la ciabatta. Elena la recupera ancora agitata e la mette al riparo sotto al suo sarong. Il ragazzo si avvicina e chiede quasi insistente “tip, tip, tip!”. Elena lo liquida in zero secondi incazzatissima per i tre buchi nella suola lasciati dai denti della scimmia.

Danzatrici balinesi

Danzatore di kecak balinese

Raggiungiamo così l’anfiteatro dov’è già iniziato lo spettacolo di kecak, la danza tradizionale balinese. Ci gustiamo gli ultimi minuti di balli e torniamo a Sanur, dove ceniamo lungo la via principale al Coconut Tree, già diventato il nostro locale di fiducia.

L’indomani ripartiamo per la penisola di Bukit e raggiungiamo la spiaggia più a sud di tutta Bali. Dopo aver sceso duecentocinquanta scalini, ci ritroviamo in una spiaggia deserta, riparata dalla barriera corallina dove un paio di pescatori distende le reti a caccia di qualche pesce. Finalmente ho la sensazione di essere in un posto lontanissimo, mi sento a mio agio nell’associare la mappa dell’Indonesia e lo sconfinato oceano che la circonda, con l’immagine che ho davanti. Il silenzio perfetto interrotto solamente dall’infrangersi delle onde in lontananza e dagli uccelli che passano in volo radente vicino a noi. Il traffico, lo smog e il rumore di Kuta sembrano lontani anni luce.

Il pensiero che manca poco alla fine del viaggio mi turba per qualche istante, poi forte degli insegnamenti filosofici delle mie letture, mi abbandono al piacere del presente, tralasciando le ansie e le incertezze di un ritorno inevitabile. Il vento mi sussurra parole incomprensibili, i piccoli granchi scavano instancabilmente buchi sulla sabbia, i pescatori scandagliano i fondali con la tranquillità eterna di chi vive la vita come un arco di sole e non come un’orbita terrestre. E’ la pace, la calma, la tranquillità. Un mondo in cui rifugiarsi durante una burrasca. Al sicuro. Al riparo. In equilibrio. Sensazioni che solo l’imponenza e l’armonia della natura sanno dare.

Due ragazzi scendono gli scalini, si siedono sotto ad una baracca a pochi metri di distanza da me. Sistemano le reti. Parlano un ottimo inglese. Chissà se avranno mai messo una cravatta, chissà se hanno mai messo una camicia ed una giacca in una mattina d’inverno e affrontato un meeting pallosissimo sulla sicurezza delle reti informatiche. Chissà come sarà l’immagine di me proiettata nei loro occhi. Faccio loro una foto dopo aver scambiato qualche parola. Ci augurano buon viaggio e noi, risaliti gli scalini, raggiungiamo l’impossible beach, una decina di chilometri ad ovest, per vedere il tramonto.

Tramonto – Impossible Beach

Gli immancabili surfisti riempiono l’orizzonte di siluette nere che scivolano con grazia nell’acqua calda di fine giornata. Le lunghissime onde che sbattono sulla barriera corallina sembrano dissolversi con la luce del tramonto. Ritorniamo in strada, riaffrontiamo il traffico snervante di Kuta, ci concediamo una cena vegetariana in un locale in centro e torniamo a Sanur pronti per affrontare l’ultima giornata.

Mercoledì 1 Agosto. Sempre verso Uluwatu, questa volta spiaggia di Balangan. Anche qui la barriera corallina non consente di fare un bagno rilassato. Mi trasformo in lucertola, riposo per un paio d’ore mentre Elena osserva da vicino i pescatori. Dopo qualche foto decidiamo di tornare a Sanur, poiché dobbiamo ritornare lo scooter entro le tre.

Spiaggia di Balangan

Spiaggia di Balangan

Pescatori – Spiaggia di Balangan

Allora, appiedati per la prima volta dopo giorni, percorriamo con calma il lungomare di Sanur. La passeggiata sulla spiaggia più antica di Bali, il luogo principale del turismo all’inizio del secolo scorso, quando i coloni dominavano ancora l’isola. La marea è bassa e scopre una distesa di sabbia coperta di piante e migliaia di buchetti di piccoli granchi che corrono da una parte all’altra indaffarati. Anche qui non si può fare il bagno se non attraversando almeno un centinaio di metri di spiaggia fangosa fino ad oltrepassare la barriera corallina. Così continuiamo a camminare cercando qualche altro ricordino da portare a casa.

Si fa buio, gli zaini sono pronti, noi pure. Ceniamo come al solito al Coconut Tree, salutiamo i camerieri come fossimo clienti di lunga data. Suonano reggae.

Coconut Tree – Sanur

L’atmosfera è perfetta. Il cantante viene a sparecchiare il nostro tavolo, il cameriere nostro amico va a cantare. Dinamicità, scambi di ruolo con naturalezza a me inimmaginabile. E’ ovvio che sia malinconico. Cerco ispirazione tra i principi degli epicurei, degli stoici, di Socrate, di Marco Aurelio. Ma mi rassegno a pensare che l’ultimo giorno nella mia testa sarà sempre così. Bloccato nella sovrapposizione di presente magico e consapevolezza amara di un ritorno non voluto. Di fine di un sogno. Di realtà che riprende il sopravvento. Di eventi pratici da affrontare. Di risposte da trovare. Di problemi da risolvere.

E cerco sollievo nel pensiero che c’è ancora un giorno a Singapore, con lo stesso principio dei cinque minuti in più da dormire prima di svegliarsi il lunedì mattina. Che vorresti fossero ancora cinque, e poi ancora cinque, fino a dilatare il tempo in una colla appiccicosa che ti rimane tra le dita.

Ma si va davvero a Singapore Ben. Ci vorrebbe la tua follia tardo-adolescenziale sovrapposta alla mia scarsa maturità per pensare ad un vero piano di fuga. Ma non è così. Non ne abbiamo il coraggio fino in fondo. E come la maggior parte degli esseri normali, ci rigiriamo tra le dita un’alternativa come se fosse una caramella da scartare, ma senza il coraggio di aprirla. O aprendola ma senza il coraggio di assaggiarla per paura che sia amara. E non posso non chiedermi se essermi licenziato equivalga a scartarla o assaggiarla.

 

 

 

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