13. Un assaggio di Bali

Giovedì 26. Sveglia, colazione, zaini richiusi. Elena cerca una nuova stanza, io scrivo. Per l’ennesima volta sogno i pancake alla banana di San, invece mi tocca questo tentativo mal riuscito fatto da una signora fin troppo insistente a venderci escursioni da qualche parte fantastica e imperdibile. Iniziamo ad entrare in contatto con gente abituata al turismo, meno curiosa di comunicare e più interessata a guadagnare.

Ci spostiamo da Nyoman, al Gandra Homestay, poco più avanti del White House, nome troppo altisonante per il nostro stile decisamente più di basso profilo.

I balinesi della casta popolare hanno quattro nomi, Wayan il primogenito (Ni Luh per le donne), Made o Kadek il secondogenito, Nyoman il terzo e Ketut il quarto. Dal quinto in poi la storia si ripete. Per le donne funziona allo stesso modo, con il prefisso Ni davanti. Per cui io sono Kadek ed Elena Ni Luh. E loro praticamente hanno tutti lo stesso nome, ma nonostante ciò riescono a capirsi.

Andiamo a mangiare in un warung in centro, lungo una delle tante viette graziose di Ubud. Maialino allo spiedo (non siamo più tra mussulmani) con riso e verdure super piccanti. Buonissimo. Una coppia di lombardi e un romano ci offrono il posto accanto al loro. Ci sediamo. Sono i primi italiani che incontriamo durante il nostro viaggio, fatta eccezione per Irene e gli altri ragazzi a Singapore e un tizio incontrato a Bukit Lawang con il quale abbiamo scambiato si e no dieci parole. E subito mi vengono fastidi incredibili, dato il loro modo di fare saccente e presuntuoso.

“Ah, avreste dovuto vedere Ubud cinque sei anni fa. Era una spettacolo. Non c’era nessuno, profumava d’incenso e fiori. Non c’era una macchina. Poi quella stronza della Roberts ha fatto il film, e ora è un casino. Ieri in macchina ci abbiamo messo un’ora da qui a li. E i prezzi, raddoppiati! D’altronde sono tutti qui, e guardate quanto smog. Siete bresciani?”

“Er pecorino lo trovi giù a Kuta, stasera me faccio n’amatriciana. Sti cazzi! Noi nnamo a Flores, anche li fra quarche hanno sarà come qua. Ppièno de gente! Ma ora non è molto frequentato, è un paradiso. Anche alle Gili andiamo. E’ stupendo. Guarda qua quanto smog, e quanto casino.”

“Poi giù a Kuta nemmeno da metterci piede. Dipende da cosa cercate, ma li è un casino ancora più grande, sono tutti li. Le spiagge più belle sono a nord, li la gente non ci va, è proprio bello. Ah, ricordatevi, se potete, prendetevi una mascherina!”, e presa la mascherina in mano in procinto di indossarla, il nostro simpatico commensale si alza per andarsene. E per fortuna direi. La mascherina la comprerei volentieri per infilartela in bocca con la speranza di toglierti la parola.

E non riesco a non chiedermi perché non si possano incontrare degli Italiani interessanti in viaggio. Solo sti stronzi figli di Maria de Filippi che vengono a Bali a tirarsela? Si, perché dopo aver tanto parlato male di Kuta e della sua spiaggia, dove li incontriamo? Ovviamente in spiaggia a Kuta a camminare con il petto in fuori con l’aria di chi, lì, è di casa. Quest’episodio mi farà riflettere molto sul perchè nei posti più avventurosi in cui siamo stati, abbiamo incontrato molti europei, ma mai italiani, fatta eccezione come già detto, per un ragazzo a Bukit Lawang. Questo popolo di viaggiatori, navigatori, esploratori tanto decantato, dov’è finito? D’accordo che la maggior parte degli Italiani hanno le vacanze in Agosto, ma è possibile incontrare decine di francesi, tedeschi, olandesi, belgi e nessun italiano? E non credo sia nemmeno un problema economico, viaggiando come abbiamo fatto noi, abbiamo speso molto meno di una vacanza in Sardegna. Non che abbia il bisogno di incontrare un connazionale, anzi, ne faccio volentieri a meno, ma mi fa riflettere sulla cultura in declino di un paese fantastico com’è l’Italia, e di un popolo idiota che l’ha rovinata.

Prendiamo lo scooter e per i successivi quattro giorni gironzoliamo per il centro dell’isola. Dopo il pasto decisamente buono, per caso arriviamo in una valle molto stretta completamente terrazzata e ricoperta da risaie, dove i contadini chiedono un’offerta per poterla visitare e parecchie donne cercano di venderci prodotti d’artigianato dai negozietti lungo la strada.

Risaie – Nord di Ubud

Risaie – Nord di Ubud

Il giorno dopo riprendiamo la via verso nord, attraversiamo la vegetazione lussureggiante tipica della parte centro-meridionale dell’isola che si dirada fino a diventare quasi alpina nella regione dei laghi, dove si sale in quota e s’intravede la costa settentrionale più arida.

Risaie di Jatiluwih – Bali

Ci circondano le piantagioni di caffè, arabica, robusta, e il Kopi Luwak, il caffè ottenuto dalle bacche defecate dallo zibetto delle palme comune.

Zibetto delle palme comune

Il Gunung Agung dai suoi tremila metri tiene a bada gli dei, i piccoli villaggi di gente sorridente che coltiva il riso, che intreccia incessantemente foglie per creare scatolette da riempire di offerte agli dei, balinesi in scooter con il sarong a quadri, cremazioni a ritmo di musica che finisco in spiaggia, contadini che raccolgono il riso, che lavorano la terra a mano. E templi, troni vuoti, statue di dei, donne che fanno offerte alle divinità con movimenti sinuosi della mano, quasi ad accarezzare il fumo d’incenso e inebriare spiriti onnipresenti.

Tempio Hindu – Nord di Ubud

Inizio pure a capire il modo di dare indicazione stradali, con le mani che si muovono sinuose ad indicare le direzione che si susseguono con il passare dei chilometri, in un gesto venti chilometri di strada. E mai chiedere indicazioni per una destinazione troppo lontana. La creatività topografica balinese sembra non avere fine. Ti puoi trovare a girare intorno all’infinito. La vita è fatto di piccoli passi, si può migliorare solo un po’ alla volta, ecco allora che si deve chiedere indicazioni per il paese successivo, e poi quello dopo ancora a così via. Non bisogna esagerare.

Il sole equatoriale, presuntuoso e arrogante a mezzogiorno, se ne va via velocemente, quasi a volersi scusare. Ci lascia nel buio pesto delle vie secondarie di Bali, a girovagare per villaggi piccolissimi ma brulicanti. A chiedere informazioni ad ogni passo tra la musica di gamelan che esce dai templi gremiti di musicisti in abiti tradizionali. Sono infreddolito ma la mente si sta scaldando, conquistata poco alla volta, dalla bellezza, dall’armonia, dalla spiritualità inusuale di quest’isola che a tratti sembra magica.

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5 thoughts on “13. Un assaggio di Bali

    • Cara fzzzzzzzZolfo,
      mi dispiace se hai trovato fuori luogo le mie riflessioni. Purtroppo in un post scritto in viaggio è difficile descrivere bene le cose che si vedono e si vivono. O semplicemente riportare delle riflessioni legate ad una breve conversazione come in questo caso. Qui escono i miei limiti di scrittore. Mi dispiace se ho offeso o dato fastidio a qualcuno.
      Sul tema società italiana sono irritabile, su questo non ci piove. Vivendo all’estero da tanto tempo è un tema per me molto sensibile. Però la mia non era un’accusa verso quei poveri italiani con cui abbiamo passato qualche minuto insieme. Non ce l’avevo con loro come con nessun’altro. Ognuno è libero di pensare ciò che vuole, come io mi sento libero di raccontare ciò che ho vissuto durante quel momento.

      La mia era semplicemente una riflessione sulla società italiana che sempre più spesso trovo banale e superficiale. Che a Bali si sente a casa perché trova il pecorino romano. Che parla male dei posti turistici e poi li frequenta. Che si lamenta del traffico ma si sposta in macchina. Che invece di condividere esperienze ostenta sicurezza da turisti balinesi d’annata.

      Concordo sul fatto che sia un dispiacere vedere i posti degradarsi come dici tu, e la mia riflessione era totalmente scollegata da questo argomento. Ad Ubud ci abbiamo lasciato il cuore nonostante la ressa di turisti. Quindi posso immaginare cosa si provi avendola conosciuta molti anni addietro. E in caso tu l’abbia conosciuta prima del turismo di massa, sarebbe interessante sapere come i tuoi occhi l’hanno vista.

      Comunque mi fa piacere che tu abbia commentato, mi fa pensare che noi italiani non siamo poi tutti così banali.

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