12. Bromo

Riassunto di due giorni in una parola: autobus.

Martedì 24 partiamo alle otto e trenta in direzione Probolinggo, base di partenza per l’escursione al Monte Bromo, uno dei vulcani più suggestivi di tutta l’Indonesia. E’ l’unica volta che prenotiamo un pacchetto turistico, saliamo nel minibus condizionato e a me tocca stare davanti vicino al conducente, il posto più scomodo. Il sedile è un mezzo posto, sono schiacciato contro la portiera con una maniglia che mi urta un fianco e la manopola del finistrino sul ginocchio. Non ho posto per distendere le gambe. Passerò così dodici ore. Il viaggio è tutto sommato comodo se paragonato con i viaggi negli autobus di Sumatra, ma forse meno interessante. Il paesaggio sembra essere bello ma non riusciamo poco o niente dato che le strade sono costantemente fiancheggiate da edifici e baracche. Solamente durante le pause riesco a scambiare due parole con una coppia di tedeschi e con gli immancabili olandesi, che in Indonesia sembrano essere come i napoletani più rumorosi nelle carrozze di tranitalia, ce n’è sempre almeno uno. Arriviamo a  Probolinggo con il solito buio pesto della sera equatoriale, che se non fosse caldo sembrerebbe di essere a Dicembre. Ci fanno scendere in quello che dovrebbe essere un ufficio turistico, e più precisamente dell’agenzia che organizza le escursioni al Bromo. Una stanza con una luce fioca, un tavolo al quale siedono due presunti impiegati e un tizio in piedi che a voce alta cerca di spiegarci come si svolgeranno le attività. Ci smistano in due minibus diversi, ognuno diretto verso un hotel differente. A noi tocca il peggiore, manco a dirlo. Arriviamo al Nadia Hotel, una struttura di un piano ma ugualmente imponente per dimensioni, una trentina, o forse più, di stanze nel bel mezzo del nulla. Un ristorante vuotissimo che potrebbe ospitare almeno duecento persone. E tutto, desolatamente vuoto, tranne noi due, la coppia di tedeschi, due belgi, una russa e un’altra donna di nazionalità ignota. Ceniamo in fretta, il pasto è terribile, fuori fa freddo, siamo stanchi e abbiamo voglia di una doccia calda promessaci dall’agenzia. Ovviamente nella nostra stanza non c’è. Ci sono circa dieci gradi e l’idea di una doccia fredda non mi piace affatto.

“I’m sorry, we don’t have hot water in our room.”

“Yes”

“The water is cold”

“Yes”

“Can you fix it, please?”

“Yes”

Aspetto una decina di minuti ma l’acqua rimane fredda.

“Sorry again, the water is still cold”

“Yes”

“Water, shower, cold, brrr se more de fredo ti ta morti!!”

“Yes”

“Yes a mona de to sorea, can you fix it please?”

Il tutto si ripeterà altre due o tre volte, finchè finalmente arriverà il risolutore che sistemerà il nostro boiler e potremmo finalmente avere una doccia calda, praticamente la prima del viaggio se escludiamo la brevissima doccia calda scroccata a Berastagi, a Sumatra.

Alle due e trenta ci vengono a svegliare. Le Jeep sono fuori dalla stanza, pronte per portarci al Bromo. Fuori ci sono circa cinque gradi. Saliamo in macchina e ci arrampichiamo sulle pendici del monte alto 2400 metri. Il signore con i baffi che guida la Jeep, cappello in testa e avvolto in un mantello che lo fa sembrare un peruviano, ci lascia all’inizio di un sentiero. Ci incamminiamo nel buio assoluto assiame ad una ventina di persone e un signore con un cavallo.  Il sentiero è ripidissimo e ci manca l’ossigeno a causa della quota. Arriviamo al punto di assorvazione, sulle pendici del monte che sta a sud del Bromo, un po affaticati. E’ ancora notte fonda, c’è un fuoco acceso dove una signora scalda te e caffè.

Finalmente le prime luci dell’alba accendono l’angolo sinistro del cielo, scoprono un territorio lunare, un bacino enorme, di diversi chilomtri di diametro, che si allarga sotto di noi, contenente il cratere del Bromo, settecento metri di diametro, e un cono perfetto al suo fianco, le nuvole in fondo, spesse e lineari, completano il quadro.

Siamo venuti fin qui a prenderci il sole che sorge. E ce lo prendiamo con avidità. Rapido ed impetuoso s’innalza fino a bagnare di luce ogni singola ombra. Scendiamo veloci verso la Jeep che ci porta ai piedi del cratere. Attraversiamo l’enorme altopiano circolare, che suppongo sia un cratere più antico, un’enorme nuvola di polvere bianca satura l’aria e rende la respirazione ancora più difficile. Al parcheggio, un gran numero di cavalli aspetta qualche ciccione australiano da portare in cima. Il paesaggio è davvero emozionante, il cratere si apre maestoso dove le dune di sabbia finiscono, al suo interno acqua verdognola ribolle ed emana nuvole solfuree.

E’ un mondo diverso, quello del sole che sorge. All’equatore fa freddo, gli indonesiani sono americani del far west che cavalcano cavalli piccolini e respirano regolare in carenza di ossigeno.

Torniamo alla Jeep, arriviamo veloci in hotel, doccia, colazione e di nuovo in autobus. Direzione Bali. Altre dodici ore di autobus, sempre un lusso rispetto ai viaggi di Sumatra, e il mio piccolo pc durante la notte non si è caricato!

Lasciamo Java, percorsa in tutta la sua lunghezza in troppo poco tempo, e avvistiamo le prime luci di Bali. Arriviamo a Denpasar che sono le undici di sera. Contrattiamo per un taxi e assieme ad un belga e una thailandese arriviamo ad Ubud, cuore spirituale dell’isola.

L’odore d’incenso, le offerte agli dei, i frangipani, i templi disseminati ovunque, piccoli giardini curatissimi, stradine strette e carine. Tranquillità. Buio. Tutto è chiuso.

Ci stiamo rassegnando a passare la notte all’aperto quando arriva Nyoman. Un simpatico balinese che si offre di trovarci una stanza. Arriviamo così al White House, una bella guest house con piccoli bungalow attorno a minuscole risaie. Il posto è bello e decidiamo di passarci la notte nonostante un prezzo decisamente alto per gli standard a cui ci eravamo abituati.

Una kretek scoppietta mentra finalmente ci rilassiamo, ho la mente piatta, spenta da due giorni di autobus. Ci addormentiamo velocemente con la voglia di vedere la luce dar vita alle ombre e ai sussuri che le vie di Ubud ci hanno fin’ora lasciato vedere. Le mie riflessioni sulla società e le scalate gerarchiche sembrano lontani anni luce, gli dei forse non si preoccupano di questo. Sembrano sussurrarmelo. Loro ci sono, basta tendere l’orecchio. Basta volerlo.

 

 

 

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