11. Indonesiani e in Ramadhan

Poche ore di sonno, ma finalmente c’è bel tempo. E’ domenica e il ramadhan è cominciato da un paio di giorni. Incontriamo Niniek, Ve e Arni. Niniek è un’amica di Niccolò, con il quale ha lavorato a Parigi, che si è offerta di farci scoprire Yogya assieme alle amiche.

Ve e Niniek più piccoline e megre rispetto ad Arni, sembrano avere lineamenti in comune oltre al velo che copre loro la testa. Ve sembra vergonarsi a parlare inglese di fronte alle amiche e spesso non partecipa alle conversazioni, forse anche perchè impegnata a guidare, azione nella quale non sembra eccellere. Arni è un concentrato di allegria, con la faccia rotonda pronta ad esplodere in lunghe risate abbellite dal fiore di stoffa rossa che le fa aderire il velo al vestito. Niniek è più riflessiva ma sotto al velo nero nasconde occhi profondi e un sorriso sincero.

Water Palace, Yogyakarta con Niniek, Ve e Arni

Partiamo a scoprire la città vecchia e dopo la visita del castello d’acqua, palazzo ricco di piscine nel quale il sultano si “rilassava” in dolce compagnia, Ve parcheggia vicino ad una Moschea e Arni ci dice: “Do you mind if we take a pray?”. Dubito sulla correttezza della frase, ma la trovo una frase fantastica. E’ la prima volta che sento il verbo take vicino al sostantivo pray. Mi viene in mente, take a break, take a nap, take a pee, invece loro si fanno una preghiera! Ovviamente rifletto, ragazze giovani, colte, con i jeans e abituate a viaggiare zaino in spalla, con una vita internazionale, che rispettano delle regole e un credo con una naturalezza che sembra innata, ma che non lo è. Che non bevono un goccio d’acqua durante tutto un giorno passato sotto il sole equatoriale per rispetto del mese di ramadhan. Il tutto con una semplicità e un’allegria belle da vedere nonostante la mia non condivisione d’idee.

Prambanan

Visitiamo Pranbanan, il complesso di tempi Hindu a una ventina di chilometri di distanza da Yogya. Paghiamo un prezzo esorbitante se paragonato al costo della vita a Java, 18 dollari americani, come dieci pasti al ristorante. Ma lo facciamo quasi volentieri augurandoci che i soldi vengano usati nel miglior modo per preservare questo splendido sito archeologico. Ammiriamo l’elevatezza dell’arte e della cultura dei Javanesi di un millennio fa, la capacità di raggruppare centinaia di migliaia di blocchi di pietra fino a farli diventare dei tempi belli ed armoniosi.

Risaliamo in macchina e ci dirigiamo a nord di Yogya, facciamo circa un’ora di strada al ritmo lento della guida di Ve. Dopo esserci persi un paio di volte, raggiungiamo un ristorante tradizionale javanese. E’ quasi l’ora del tramonto e le ragazze si preparano finalmente a mangiare. E pure noi, che da non musulmani, osserviamo il ramadhan con loro trasgredendo solo con qualche sorso d’acqua.  Nonostante durante tutta la giornata, loro ci chiedano se vogliamo mangiare, rispondiamo sempre che non abbiamo fame nonostante lo stomaco borbotti insistentemente. Da una parte ci dispiace mangiare davanti a loro mentro digiunano per paura di rendere più difficile la loro “sofferenza”, dall’altra vogliamo seguire i loro ritmi e partecipare alla gioia del tramonto.

Il ramadhan dai miei occhi ignoranti, sembra essere vissuto con molto allegria da queste parti. Al tramonto del sole la gente si raduna per mangiare in compagnia e ballare al ritmo della musica popolare, con tanto di spettacoli e fuochi d’artificio. Un’occasione per contrastare la fatica del digiuno diurno, con momenti di aggregazione sociale, feste ed allegria.

Bibite giganti dopo una giornata di digiuno, Yogyakarta

Il ristorante è un posto affascinante, con luci soffuse e arredamento tipico, in legno, con sculture, dipinti, fiori. Un laghetto con i pesci e qualche gabbia con dentro un gallo. Ordiniamo parecchi piatti diversi e bibite alla frutta gigantesche. Quando arrivano le portate, il muezzin non ha ancora iniziato il richiamo alla preghiera che sancisce anche al fine del digiuno giornaliero. Dopo qualche decina di minuti arrivano i canti dalla moschea, le ragazze si preparano per la preghiera e dopo iniziamo a mangiare. Mangiamo seduti per terra su delle sedie di banano. Ci riempiamo lo stomaco di pietanze buonissime quanto piccanti.

Cena dopo una giornata di digiuno, Yogyakarta

Torniamo in città, salutiamo le ragazze e ci diamo appuntamento per le tre di mattina, per andare a vedere l’alba al Borobudur, il tempio buddista a una cinquantina di chilometri da Yogya.

Dopo aver dormito un paio d’ore, partiamo in motorino verso Borobudur. Ci sono Ve e suo fratello, Arni e un suo amico. Raggiungiamo la collinetta dalla quale dovremmo vedere il tempio. Percorriamo a piedi un tratto di giungla fino a raggiungere una piccola spianata da dove vedere il panorama. E’ buio pesto, le stelle punteggiano il cielo in modo irregolare e decine e decine di moschee liberano il loro canto ad Allah nella notte, rendendo la notte viva e mai dormiente, dandoci l’impressione che in quest’isola sovrappopolata, non ci sia mai riposo. Rendendo la notte magica con un’atmosfera da tempi lontani. Le ragazze pregano e a noi resta un ricordo autentico e unico, che ad ogni ramadahn ci ricorderà la gioia e il conforto che questa gente trova nella preghiera e la felicità e la soddisfazione nell’osservare il digiuno diurno.

Alba con vista su Borobudur

Le prime luci dell’alba rivelano la foresta sotto di noi, la foschia tropicale rende il paesaggio ovattato. Un pò alla volta, in lontananza, tra la vegetazione splendidamente rigogliosa, le stelle lasciano posto ad una piccola forma geometrica ricca di cuspidi. Il tempio è lontanissimo, ma si distingue netto col passare dei minuti, come se gli stupa alla sua sommità, estinguessero la notte per lasciar spazio al giorno che nasce.

Il sole è ormai alto, la sua luce illumina i nostri occhi. Sentiamo il suo calore e quel peso di qualche chilogrammo che i suoi raggi poggiano sulle nostre spalle. Riprendiamo gli scooter e raggiungiamo finalmente Borobudur.

Jumping in Borobudur

Saliamo il tempio da est e percorriamo tutti i sette livelli in senso orario per portare rispetto al tempio come da tradizione buddista. Il tempio è una testimonianza della vita javanese di un millennio fa. Cinque chilometri di altorilievi coprono le pareti dei quattro gradoni inferiori, raffigurando la vita terrestre fatta di lavoro, di servitù, di balli e feste, banchetti, sesso, preghiera e meditazione. Salendo di livello, si può notare l’innalzamento dello spirito, fino a raggiungere i tre ultimi livelli circolari che portano al nirvana. Quest’ultimi sono caratterizzati da decine e decine di stupa con all’interno una statua del buddah, fino ad arrivare allo stupa centrale, molto più grande degli altri. Mentre camminiamo, siamo ipnotizzati dal rumore dei blocchi di pietra che sbattono l’uno contro l’altro spostati dai nostri passi. Rumore di epoche lontane, testimonianza di civiltà evolute e di spiritualità scomparse. Il Borobudur è uno spettacolo lontanissimo dagli sfarzi inutili delle chiese cristiane, è sola roccia scolpita e raggruppata in un modo imponente che mi dà un grande senso di pace e di benessere. Al suo centro ci vedo l’uomo e il suo spirito, la vita come percorso per innalzare il suo spirito verso un’esistenza di livello superiore. Sono riflessioni di un ignorante, Ben. Non ho le conoscenze per poter dare giudizi ma sono solo le sensazioni che la visita al tempio mi ha lasciato. E le confronto con quelle lasciatemi dalle visite ai grandi monumenti del cristianesimo, piene di ricchezze, di oro ed opere d’arte, pieni di papi e vescovi e di potere. Di guerre giuste in nome di un Dio giusto. Dove non ho mai visto nè percepito, l’uomo e il suo spirito al centro di tutto. Penso al tuo modo limitato di vedere le cose, di vedere una chiesa come custodia di arte e cultura del nostro popolo, oltre che ovviamente di fede, di dare più valore al dipinto del Tintoretto piuttosto che alla scultura di Michelangelo, cose che ci sono state inculcate dalla nostra cultura, che possono essere vere, ma che non ci fa mai chiedere perchè la casa del signore deve essere piena d’oro come la cassa del bottino dei pirati.

Torniamo in città, quasi tutto è chiuso per il ramadhan, quindi ci resta da vedere solo il mercato degli uccelli, e una passeggiata lungo Jalan Malioboro pienissima di negozi di batik e sarung. Il caso vuole che incontriamo di nuovo Ruud, l’olandese con cui avevamo scalato il Gunung Sibayak. Ci diamo appuntamento per la cena assiame a Niniek e Arni.

Becak a Yogya lungo la Jalan Malioboro

Ceniamo nel Kraton, il palazzo del sultano, facciamo un giretto in carrozza e siamo di nuovo nella nostra guest house. Salutiamo le ragazze e passiamo un paio d’ore con Ruud, bevendo te e chiacchierando come vecchi amici. Gli zaini sono quasi pronti, carichi di biancheria pulita e di ricordi vivi. Siamo stanchi ma pronti ad affrontare altre centinaia di chilometri di strada brulicante javanese.

 

 

 

Annunci

One thought on “11. Indonesiani e in Ramadhan

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...