10. Da una Karta all’altra. Da Jakarta a Yogyakarta

L’aeroporto di Jakarta sembra scandire un cambio di mondo. Pulito e luccicante, moderno. Al di fuori solo un paio di tassiti, quasi timidi confrontati con i loro simili fin’ora incontrati, cercano di convincerci a prendere un passaggio. Noi ovviamente scegliamo l’autobus pubblico. Dopo un ora dalla partenza siamo ancora all’aeroporto, il traffico è qualcosa di folle ma assomiglia più a quello di Roma che a quello di Medan. Jakarta, e come poi scopriremo anche il resto di Java, si rivela essere molto più avanti nel tempo rispetto a Sumatra. Più civilizzata e moderna.Di sicuro meno estrema.

Arriviamo nella zona di Jalan Jaksan, la via che è meta storica dei backpakers di mezzo mondo in transito attraverso il “big durian”. E’ una via brulicante di vita, con molti ostelli e sistemazioni economiche e fatiscenti, qualche locale e un variegato insieme di razze. E’ venerdì e sembra essere tutto pieno, passiamo quasi tutti gli ostelli e dobbiamo accontentarci del meno peggio. Una stanza piccolissima, sporca come poche, con un bagno con un tetto improvvisato di lamiera e una quantità indicibile di zanzare, che si stabilirà con orgoglio nella nostra classifica di stanza peggiore. L’alberghetto è gestito da un piccolo signore molto gentile originario del sud di Sumatra, che cercherà di spiegarci il segreto per acquistare i biglietti per il treno a Jakarta nel suo inglese approssimativo. Prende un foglietto e scrive: 100 %. Poi con gli occhi ben aperti dice:  “Jaaa… 80% Jaaa… 20% Jaaa…”

Lo guardo perplesso e dico di non aver capito. Lui sorridente e con lo sguardo di quello che la sa lunga ripete: “100% jaaaa… 80% jaaaa… 20%…”. Cerco di ragionargi un po’ su, ma nemmeno con la fantasia riesco a ricavarne qualcosa. Il biglietto riusciremo a prenderlo anche senza usare il suo segreto.

Siamo stanchi e fa un caldo folle, l’aria è irrespirabile. Usciamo a mangiare, beviamo un succo di frutta che ci farà rimpiangere ancora una volta San, e andremo a dormire nel nostro forno puzzolente. Ci svegliamo sempre nello stesso caldo e usciamo curiosi di testare “quel pantano che è Giacarta” come riporta la nostra guida. Si rivelerà essere molto meno peggio di quello che mi aspettavo ed inizio a dare il giusto valore al commento della Lonely Planet su Medan, che riporta essere la città che più di frequente esce quando ai viaggiatori viene chiesta quale sia la peggior città mai visitata.

Jakarta, nonostante un numero di abitanti pazzesco, si parla di ventitre milioni contanto i sobborghi, un traffico che vanta il primato di miglior posto dove imparare l’arte della pazienza e un caldo, e spesso una puzza, insopportabile, si presenta come una città a tratti moderna e civile. Di certo non è una meta assolutamente da non perdere, però dà un’idea dello stato di sviluppo dell’indonesia che a Sumatra non è nemmeno immaginabile. Visitiamo Batavia, la città vecchia, ovvero il primo insediamento Olandese durante il periodo coloniale. Se fosse stata preservata sarebbe un quartiere molto piacevole, invece, come avevamo già avuto modo di vedere a Medan, quasi ogni edificio è stato abbandonato a se stesso, e per noi l’attrattiva principale diventa la grande quantità di gente che dorme nei modi e nei posti più stravaganti.

Pisolino a Jakarta

Pisolino a Jakarta

Dopo una lunga camminata nel traffico e sotto il sole di mezzogiorno, raggiungiamo Glodok, la china town di Jakarta. Un insieme di vicoli strettissimi, con fonge a cielo aperto che ci fa sembrare di essere per davvero in cina.

Tempio Buddista, Glodok, Jakarta

Entriamo nel piccolo tempio buddista che sembra essere il centro del quartiere. Osserviamo curiosi la gente che prega e offre cibo alle divinità. Notiamo orecchie di maiale e altri pezzi di carne e verdure lasciati a deperire ai piedi delle statue.

Offerte nel tempio buddista

Attraversiamo il mercato pieno di frutta, verdura, rane spellate, insetti, uccelli e abbigliamento cinese, e andiamo a mangiare dei buonissimi ravioli stufati.

Rane spellate al mercato cinese

Ravioli in cottura

 

E’ finalmente l’ora di lasciare Jakarta. Abbiamo ancora i sensi feriti dalla bruttezza delle città attraversate nei giorni passati e il caldo non ci da tregua da giorni. Arriviamo in stazione con largo anticipo, quella da dove partono solo i treni classe ekonomi e bisnis, ovveri i peggiori treni, e ci mescoliamo alla folla di indonesiani che aspettano il treno. La gente ci guarda sorpresa, siamo gli unici occidentali in tutta la stazione. Arriva il nostro treno che si rivela non essere poi male, un lusso rispetto agli autobus di Sumatra. I dipendenti delle ferrovie si danno un gran da fare a raccogliere prenotazioni per la cena e a vendere coperte e cuscini per il viaggio. Scopriamo che la coperta serve per essere distesa nello spazio tra un sedile e l’altro dove ci si può mettere comodamente a dormire con i piedi ad occupare il corridoio, che varranno scavalcati senza problemi durante tutta la notte.

Treno da Jakarta a Yogyakarta

Siamo seduti tranquilli, il treno viaggio regolare, l’aria calda della sera equatoriale entra nella carrozza e secca il sudore sulla nostra pelle. Discutiamo di religione e società, riflessione scaturite dalle mie letture pesanti come il caldo di Jakarta. E inizio a sentirmi strano. Sento il torace e la testa come se fossero ricoperte da formiche. Come quando si dorme sopra il proprio braccio e questo si ”addormenta”. Non capisco cosa sia, sensazione mai provata prima. Cerco di ascoltare il mio corpo per capire come fare. Il respiro è un po più pesante del normale e il battito accelerato. Provo a bere. Prendo un’integratore di sali minerali, poi un’altro. Poi un po’ di ventolin che non sia mai un’attacco d’asma. Ma niente. Mentra parlo ad Elena mi rendo conto che faccio fatica a muovere la mandibola. I muscoli facciali sono quasi paralizzati, li tendo e impiegano un’infinità a rilassarsi. Ovviamente mi agito. Sono in un treno notturno in classe popolare nel mezzo di Java. Non ho idea di dove siamo e mancano sette ore per arrivare a Yogyakarta. Se succedesse qualcosa di grave sarei da solo con me stesso, confortato solamente dalla presenza di Elena che più di tanto non potrebbe fare. Mi alzo e provo a camminare. Non mi sento debole ne mi sembra di svenire. Camminerò circa un ora avanti e indietro lungo la carrozza, scavalcando i piedi della gente distesa a dormire e tra gli sguardi perplessi di alcuni signori con cui provo invano a comunicare. Vado in bagno a bagnarmi i polsi e mi vedo riflesso sul bordo d’acciaio della porta. Ho il viso verde. Chiedo ad Elena un parere e mi mente senza convincermi affatto avendo così la conferma che sto davvero male. Dopo essermi bagnato la testa per almeno venti volte, inizio a sentirmi meglio. Allora decido di smettere di camminare, riponendo il pensiero che mi diceva che finchè sarei riuscito a camminare, tutto sarebbe stato sotto controllo. Compro una bottiglia d’acqua fredda, l’appoggio tra la nuca e lo schienale del sedile e mi addormento, finalmente rilassato dopo più di un’ora di preoccupazione. E mentre assaporo il benessere dei muscoli che si distendono e nel sonno sento il mio corpo riprendere forza, vengo svegliato dal frastuono del treno che attraversa un ponte di ferro, il quale dopo poco si fermarà in una stazione di cui ovviamente ignoro il nome. Appena le porte si aprono, almeno dieci persone entrano di gran carriera nel vagone e inizia una specie di via crucis dove mi vengono offerti cibi e bevande di tutti i tipi. Riso fritto, patatine, pollo, cioccolata, biscotti, arachidi, frutta disidratata, dolci indonesiani, cocktail di frutta, te, caffè. E tutto in una litania dal ritmo mistico che si ripeterà per tutta la notte senza tregua: “Pop Mie, pop mie, pop mieeeeee,…. coffee, coffe, coffeeeeee,….chocolate, chocolate, chocolaaaaaate…”, cantata in un coro di venti voci sovrapposte, che ancora una volta mi fa pensare a quanto sia importante la musica per questo popolo.

Arriviamo a Yogyakarta alle sei, sono stanchissimo ma allo stesso tempo sto bene, rilassato dopo la notte agitata. Riusciamo a trovare subito una stanza, e dopo una doccia veloce, ci lasciamo cadere in un sonno profondo che purtroppo durerà solo qualche ora.

 

 

 

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