9. Sensi feriti. Dal danau Toba a Medan passando per Berastagi

Venerdi 20 Luglio. Volo Medan Jakarta. Mi irrito per dei bambini indonesiani che mi tirano i capelli e scalano lo schienale del mio sedile per sbirciare al di là, incuriositi dal piccolo computer da cui scrivo. Poi penso che è un pensiero troppo occidentale, e mi rilasso. Continuiamo verso sud-est. Questa volta oltrepassiamo l’equatore e il sole che sorge è sempre più vicino.

Sono un paio di giorni che rifletto sulla bellezza, e il motivo appare ovvio. Qui, in superficie, ce n’è davvero poca. Le enormi distese di baracche, la povertà, lo sporco, il caos, il degrado. E tutto sembra andare avanti inesorabilmente, senza nessun problema. Penso all’armonia, alla ricerca dell’ordine, all’estetica, alla cultura. Quello che in contesto normale viene cercato dai miei occhi. Vorrei confrontarmi con il tuo modello di bellezza consumistica e conformista, Ben, ma non è questo il momento.

Abbiamo lasciato il lago Toba in mattinata, salutando San come fosse un vecchio amico. La piccola imbarcazione è salpata lasciando alle nostre spalle la palma con la corda da cui saltavo nel lago, e la nostra adorata casa Batak. Prendiamo l’autobus per Siantar. Ovviamente affollatissimo, sporco, vecchio, sfasciato.

Autobus da Parapat a Siantar

E’ pieno di taniche vuote che verrano scaricate strada facendo, in corsa, urlando qualcosa dal finestrino per richiamare i proprietari. A volte ci si ferma un attimo per poter consegnare anche del denaro. Il viaggio va tranquillo. Sempre in termini indonesiani, ovvio. Arrivati a Siantar dobbiamo cambiare mezzo, per Kabanjahe. Il piazzale da dove partono gli autobus sembra un girone dell’Inferno dantesco in versione contemporanea indonesiana. Musica elettronica ad alto volume, fumo, mendicanti, venditori ambulanti. Come sempre siamo assaliti da gente che ci vuole infilare in un autobus in tempo zero. Come se non ci fosse tempo, come se il mondo finisse se noi due non salissimo immediatamente in un merda di furgoncino. Cerchiamo di contrattare il prezzo ma veniamo accerchiati da un sacco di gente, la quale per la maggiorparte non centra un cazzo con l’autobus, che ci riprende con le facce tese dicendoci che quello è il prezzo del viaggio. Capisco che c’è poco da trattare, Elena tiene duro un po’, poi desiste pure lei. Saliamo. E la gente fuori continua a guardarci, a ridere di noi, a provare a venderci riso arrotolato in foglie di non so cosa,forse di banano, frutta, patatine, acqua. Il viaggio è quasi comodo per un lungo tratto. Poi entrano una quantità incredibile di persone. Il minibus ha dodici posti compreso l’autista. Saremo almeno in trenta dentro, più una gallina. La strada diventa una lunga fetta di Emmentaler percorsa da piccole formiche stracariche che serpentaggiano per evitare di sprofondare in buchi spazio-temporali. Per tutto il viaggio la musica indonesiana, la quale mi sembra tutta avere la stessa base, viene sparata nelle nostre orecchie da un impianto stereo che la mia macchina in italia invidierebbe e che decisamente stona all’interno di quel veicolo decadente. Arrivati a Kabanjahe dobbiamo cambiare ancora mezzo. Questa volta prendiamo un opelet che ci porterà finalmente a Berastagi. E’ scassatissimo come tutti gli opelet che abbiamo visto fin’ora, ma la solita cassa da rave svetta come un obelisco in fondo al furgoncino, e spara la solita musica indonesiana, che a me, sembra avere sempre la stessa, fastidiosissima, base.

Arriviamo a Berastagi. Piove molto ed è quasi buio. Prendiamo una stanza in una guest house, talmente triste da poter togliere la voglia di vivere. La vista dalla finestra è un qualcosa che fende l’anima, che dà dolore. E penso alla bellezza. All’armonia. Fossi da solo, sprofonderei in una depressione irrimediabile. Usciamo in cerca di cibo e la via principale di questa città di ben seicentomila abitanti è un insieme di sporco, traffico convulso, fumo, puzza, spazzatura, warung che offrono cibo a gente che si abbuffa portandosi in bocca, direttamente con le mani, una quantità di cibo enorme. Entriamo nel nostro primo supermercato indonesiano, compriamo qualche stronzata da mangiare, non che offrisse molto di diverso, e ce ne torniamo in camera aspettando con impazienza che vengo un nuovo giorno.

Ci svegliamo alle sei e mezza, prepariamo gli zaini, lasciamo la stanza, paghiamo e ci avviamo a scalare il Gunung Sibayak, duemilatrecento metri di vulcano attivo. Ma abbastanza calmo. Siamo in compagnia di Ruud, un simpatico olandese che alloggiava nella nostra stessa topaia. Il sentiero non è niente di speciale e raggiungiamo la vetta in breve tempo e una volta in cima, ammiriamo il cratere, perfettamente tappato e con qualche sfiato di zolfo che esce puzzolente e rumorosissimo. Dopo aver ammirato il panorama con speciale concessione delle nuvole, onnipresenti nei passati giorni, ce ne torniamo giù di buon passo, desiderosi di lasciare Berastagi.

In cima al Gunung Sibayak

Scendendo decidiamo di chiedere un passaggio ad un camion che aveva appena scaricato un carico di sabbia. Saliamo nel rimorchio e scendiamo veloci tra gli sguardi divertiti e sorpresi dei passanti. E siamo di nuovo dentro un autobus pubblico con la solita musica ad alto volume e con il solito spazio per le gambe. Questa volta il viaggio è rapidissimo e raggiungiamo Medan in un ora e mezza scarsa. Peccato che dovremo attraversarla tutta per arrivare alla nostra guest house. Quindi, per l’ennesima volta, passiamo un’ora attraverso quest’insieme di baracche e caos, di traffico folle, con una temperatura percepita intorno ai quaranta gradi e un livello di smog da togliere il respiro. E invece della musica indonesiana, un frastuono di clacson, urla, rumore di motori anziani e di marmitte tamarre.

Prendiamo una stanza sopra ogni aspettativa. Accostata ai panorami urbani degli ultimi giorni, si potrebbe ragionare sulla bellezza. Ma la faccio senza troppa voglia. Medan mi aveva spaventato al nostro arrivo. Ora sono quasi pronto per acettarla. Usciamo a scoprirla. Riusciamo a scovare il centro città dal passato coloniale, una via di edifici decadenti, alcuni già mezzi crollati, altri in discreta forma. Se fosse tenuto in ordine, con una certa armonia, sarebbe una bella strada. Ma ovviamente, non è così. Proseguendo incontriamo l’unico chilometro di via cittadina paragonabile ad una città occidentale, dove passeggiano persone sicuramente ricche e piena di locali e ristoranti, McDonald’s che servono riso, KFC e PizzaHut. E tanta polizia. Torniamo verso la nostra sistemazione, un folto gruppo di bambini gioca a calcio nel piazzale adiacente la grande moschea che sorge giusto fuori dalla nostra finestra. Siamo pronti per lasciare Medan e Sumatra e desiderosi di scoprire Java, la sua cultura e la sua spiritualità.

Moschea di Medan

 

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...