8. Pensieri Batak

La luce entra tra le assi di legno del tetto, sento il rumore del lago, socchiudo gli occhi. Al nostro arrivo era buio pesto e non abbiamo visto il panorama. Curiosissimo apro la piccola finestra di legno che è giusto dietro alla mia testa. Una palma sulla sinistra, il lago che si estende davanti a noi e in fondo sulla destra, sull’altra sponda, Parapat. Fantastico! Decidiamo di passare una giornata tranquilla dato il viaggio del giorno precedente. Facciamo colazione con molta calma, poi programmiamo un’uscita a piedi. Ma si mette a piovere. Piogge tropicali. Pesanti. Siamo costretti a rimanere a casa, così approfitto per sistemare un po’ di cose e pranziamo. Verso le quattro finalmente smette e ci incamminiamo alla scoperta di Samosir, quest’enorme isola al centro del lago Toba. Lungo la piccola strada che la circonda, sorgono tante piccole case di legno, qualcuna più carina, ma la maggiorparte non si scosta molto dalla definizione di baracca. E’ pieno di galline e buoi che camminano lungo la strada. Siamo a piedi, come tanti altri abitanti, così abbiamo la possibilità di osservare attentamente. Ci colpiscono i visi della gente. Dei bambini, degli anziani. Chiedo a dei bambini se posso fare loro una foto, e come sempre, all’inizio sono molto timidi, ma poi si scatenano in risate e gesti con le mani. Faccio vedere loro la foto e il loro viso esplode di gioia, urlano e ridono contentissimi. Tutta la gente che incontriamo ci saluta sorridente con un Horas, il saluto locale. Fotografo un’anziana signora che sta dando da mangiare alle galline, poi altri bambini. A tratti ho l’impressione di non vivere la realtà ma di vedere un film o sfogliare una rivista. Arriviamo a Tuk Tuk, diamo un’occhiata a questo villaggio che è il fulcro turistico dell’isola, un’insieme di guest houses, qualche ristorante e qualche baracca e niente più, e torniamo verso la nostra casa Batak nel buio pesto delle sette di sera all’equatore. Ceniamo con Sylvain e Sophie, la coppia di francesi con cui condividiamo questi giorni.

E’ di nuovo giorno, apro la piccola finestra di legno, il tempo non è splendido ma s’intravede il sole e non fa freddo. Scendo le scalette, mi avvicino alla palma, afferro la corda e mi lancio nel lago. Buongiorno. Doccia e colazione con pancake di frutta tropicale: ananas, papaya e banana. San ci dà lo scooter e assieme a Sylvain e Sophie ci dirigiamo nei dintorni di Ambarita per assistere ad uno spettacolo di danza Batak. I Batak, popolo che ha vissuto per secoli isolato dal mondo, per lungo tempo praticanti di riti cannibali, ha la musica al centro della propria cultura, tant’è che in ogni casa, di sera o quando viene tolta l’elettricità, si sentono gruppi di persone cantare al suono di una chitarra. Le danze dei Batak erano riti durante i quali per esempio, una donna si offriva in moglie. L’uomo interessato, durante la danza doveva ballare di fronte a lei e offrire una somma di denaro in segno del suo amore. Se lei acettava, potevano unirsi. In ogni danza, un bue rimaneva legato all’albero simbolo della vita piantato al centro del villaggio dove questi riti prendevano luogo. A seconda del comportamento del bue, il re Batak prediceva l’avvenire.

Dopo lo spettacolo ci separiamo dalla coppia francese. Noi abbiamo voglia di chilometri su due ruote. Decidiamo di circumnavigare l’isola. Poco dopo essere partiti inizia una pioggia pesante ed insistente. Troviamo rifugio in un warung che altro non è che la casa di una vecchia signora. Lì, conosciamo una coppia di giovani studenti indonesiani. Lei parla un buon inglese e riusciamo a chiacchierare per un po’. Sono contenti nel sentirsi dire che gli indonesiani sono accoglienti e buona gente, sempre allegra e sorridente, che il loro cibo ci piace molto e che siamo contenti di aver scelto questa meta per il nostro viaggio. Noi ci sentiamo in qualche modo orgogliosi di sentirci dire che non siamo come la maggior parte degli europei che incontrano. Che è arrogante e non è interessata a parlare con loro. Cerchiamo di spiegare loro la differenza tra nord e sud europa, di come i nordici, che sono la maggior parte dei turisti che passano da queste parti, non sono così abituati a salutare gli sconosciuti come invece più spesso succede nel sud europa. Ce ne andiamo dopo una foto ricordo, una per noi e una per loro. Riprendiamo la nostra strada che dopo poco diventerà estrema da percorrere su di uno scooter. E sarà lunga e faticosa, tanto da lasciarmi le braccia dolenti. Saliamo in quota e riusciamo a vedere il panorama, limpido dopo l’acquazzone. Verso sera riusciamo a tornare a Tuk Tuk e poi di nuovo da San. Abbiamo percorso centrotrenta chilometri in circa sette ore. E capisco quanto vivono isolati gli abitanti del lato ovest dell’isola, quelli all’estremo opposto di Tuk Tuk e Tomok, i principali punti di collegamente con la terra ferma.

 Ci diamo una rapida sistemata, ceniamo con Sophie e Sylvian che ci dicono di aver deciso di proseguire l’indomani per Medan e poi Jakarta. Beviamo “succo della giungla” per brindare e ci promettiamo di incontrarci di nuovo strada facendo, o a Jakarta o a Yogyakarta. E’ tardi e ce ne andiamo a dormire. Gli spiriti Batak ci riserveranno una notte di sogni e pensieri tormentati che si trascinerà anche per il giorno seguente.

La pioggia batte pigra sulle lamiere della nostra amata casa Batak, una fioca luce entra tra le assi di legno che chiudono il lato verticale del tetto a triangolo. E’ giorno e sembra che le nuvole non ci diano tregua. Facciamo colazione e salutiamo Sophie e Sylvain che se vanno a bordo della piccola barca che salpa giusto sotto la finestra della nostra casa. Decidiamo di impiegare il giorno di pioggia per programmare i prossimi giorni di viaggio. Programmiamo il trekking a Berastagi dove scaleremo il vulcano Sibayak, e poi Jakarta, Yogya, il Bromo e Bali. Sembra un buon programma che ci stuzzica l’immaginazione. Più che altro abbiamo voglia di rimetterci in movimento, siamo fermi da tre giorni. Pranziamo con un’insalata deliziosa di avocado, raccolto dagli alberi di fronte alla nostra terrazza, fregandocene delle raccomandazione del consulente sanitario in ospedale che ci invitava a non mangiare assolutamente verdura fresca. Facciamo una camminata a Tuk Tuk, cammianta riflessiva in compagnia di spiriti Batak. Torniamo per l’ultimo tuffo dalla palma e ci prepariamo per l’ultima serata al lago Toba. Domani si riparte per Berastagi. Finalmente.

Elena sta disegnando, seduta a gambe incrociate di fronte alla finestrella del nostro soppalco Batak. Io scrivo ed elaboro i pensieri che il re Batak, precedente abitante di questa dimora, mi conferisce. Nessuno dei due parla. Ascoltiamo un vecchio disco di Celentano. Fuori il lago borbotta a bassa voce e piccoli stormi di gabbiano volano radenti all’acqua. L’odere di kretek riscalda l’aria. San mi dice che sembro parte del dragone scolpito nella facciata della nostra casa. Cerco di trovare un punto in comune tra questo mondo, il mio, la mia vita, la tua. Penso a quanto sia più facile per te comunicare con le persone che ti sono attorno, penso a quanto sia più difficile per me. A volte. Penso a quanto tu ti senta parte di quel luogo e di quell’insieme nonostante le tue voglie di evadere, di conoscere, di scoprire. Il tuo equilibro. Anche se non ti senti completo, anche se cerchi qualcosa. Penso alla tua ignoranza, a quella che colmerai con conoscenze ed esperienze, e quella che ti rimarrà dentro per sempre. Penso al tuo mondo, piccolo come una bolla di sapone, colmo di conformismo, di banalità, ma anche di armonia, volendo. Di piccole cose semplici e belle.

Penso al mio. Mondo spesso affascinante come non avrei mai immaginato, nonostante una fantasia fuori dal comune. Fatto di viaggi, di esperienze, di conoscenze. Di persone uniche, di paesaggi che tolgono il fiato, di coincidenze e fortune e possibilità che non avrei ottenuto nemmeno con il sacrificio di mille uomini alle divinità Batak. Eppure spesso diventa un mondo complicato. In qualche modo non ci accontentiamo. Succederà anche a te. Ci manca sempre l’anello che tiene uniti i diversi mondi in cui viviamo. Penso a come sia difficile raccontarti certe cose, come quest’esperienza che sto vivendo. A come sia difficile stimolare il tuo interesse e la tua curiosità. A come sia più facile per te restare a cullarti nella tua bolla di sapone. L’unica cosa che mi consola è che un giorno quella bolla esploderà. Te lo vedo negl’occhi. Ma non succede a tutti, credimi. E anche se a volte penso che sarebbe stato meglio nascere stupidi, come Daisy nel grande Gatsby augura alla figlia, in fin dei conti mi sento fortunato così. Decisamente. Con i miei pensieri, i miei desideri amorfi, le mie preoccupazioni, le mie paranoie Batak. Nonostante tutto.

Fuori inizia ad imbrunire, i monti in lontananza sono un’ombra netta che divide il cielo e l’acqua in una scala di blu malinconica. La foglie della palma come una bandiera ammainata. Elena ha finito il suo disegno e io il mio. Mi sento stanco ma pronto per vivere altri sogni. Unici, vivi, dolciastri, ricchi come solo i viaggi sanno dare.

Annunci

7 thoughts on “8. Pensieri Batak

  1. Leggo il vostro diario e mi sembra di essere li con voi.Complimenti per il magico viaggio. Baci giusy e Adriano.Anche la tua mamma Elena mi ha detto di mandarti un bacio,con leone e orso.
    Buon proseguimento.

    • Grazie! Ora siamo a bali e la voglia di rimanere è davvero molta. C’è un paesaggio fantastico e una spiritualità molto particolare. Ma si torna sempre, prima o poi!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...