7. On the road in Indonesia

Ci svegliamo tra la puzza di frutta marcia, facciamo colazione con toast al pomodoro e ricomincia il cammino. Risaliamo il fiume di qualche centinaio di metri, lo attraversiamo a bordo di una camera d’aria gigante e raggiungiamo delle piccole cascate. Facciamo il bagno nell’acqua gelida e poi è già tempo di pranzare. Noodles questa volta. Mangiamo perchè abbiamo fame. Raccogliamo tutta la nostra roba, la facciamo mettere dentro grandi sacchi di nylon che vengono chiusi con lacci ottenuti da vecchie camere d’aria. Legano quattro o cinque ciambelloni tra di loro a formare una barca. Un timoniere davanti e uno dietro e noi in mezzo. Così in un’oretta circa scendiamo il fiume fino a Bukit Lawang. La discesa è tranquilla e divertente e ci consente di osservare la giungla e il villaggio da un punto di vista nuovo. Arrivimo al villaggio che siamo stanchissimi e puzziamo davvero molto. Dopo esserci sistemati per bene, decidiamo di percorrere i vicoli più nascosti per fare qualche foto, e la cosa più bella si rivela essere l’entrare in contatto con gli abitanti di Bukit Lawang, quelli non coinvolti direttamente nel turismo, quindi più riservati ed autentici. Le persone sono all’inizio timide, sembra non vogliano farsi fotografare ma in realtà lo vogliono, eccome. Ma soprattutto sono tutti gentilissimi, cordiali, sorridenti. Molti parlano un buon inglese, altri no ma ugualmente cercano di farsi capire. Chiedo ad un gruppo di ragazzi seduti lungo il fiume se posso fotografarli e mi fanno cenno di si. Dopo averli fotografati mi chiedono qualcosa che non capisco. E faccio segno di no. Loro allora si avvicinano. Vogliono una foto con noi. Per loro siamo una novità quanto loro per noi. E’ strano essere guardati come alieni, come provenienti da altri mondi. Dopo aver fatto la foto ad una donna con un bambino, il marito ci scrive l’indirizzo su di un pezzo di carta, dove dovremmo mandargli la foto. La vita di  questa gente si svolge lungo il fiume. Decine e decine di persone si rilassano dopo una giornata di lavoro restando a mollo, le donne lavano i panni, i bambini si divertono a tuffarsi in acqua. Vediamo spezzoni di vita familiare, di tutti i giorni. E non posso evitare di pensare a quanto distanti sia il nostro mondo con il loro.

Artista – Bukit Lawang

Dopo aver parlato con un anziano signore che fa sculture di legno, ci convinciamo a raggiungere il lago Toba, distante più o meno duecentocinquanta chilometri, con l’autobus pubblico. Il problema è che abbiamo già prenotato il minibus turistico che costa il triplo. Il vecchio artista ci dice di disdire. Che vale la pena viaggiare come la gente del posto. Che risparmiamo e possiamo entrare in contatto con gli indonesiani che vorranno sicuramente parlare con noi. Il signore ha settant’anni circa, barba bianca lungua, parla correttamente inglese e tedesco. Ha girato il mondo sulle navi cargo e ha imparato le lingue e visto diversi paesi e culture. Poi stanco di navigare, ha fatto la guida turistica sui bus di lusso che portano gente sul lago Toba, da dove lui è originario. Da qualche anno si è ritirato a Bukit Lawang a fare sculture di legno. Dice che li può praticare le lingue in quanto passano molti turisti. Ma raramente italiani. Ci dice che lui è contento ma che non gli piace come va il mondo, questa smania di denaro che porta solo a malumori e tristezza. Ci augura buon viaggio e ci dà tutte le informazioni necessarie per il nostro cammino. Torniamo alla nostra guest house e cerco di disdire l’autobus. La ragazza s’inventa mille storie per convincerci che non si può più. Io insisto e chiedo molto gentilmente. Finchè un po’ alterata mi dice di leggere il retro del biglietto dove, secondo lei c’è scritto che non si può disdire. Non l’avevo proprio letto il retro, così mi accorgo che entro le dodici ore precedenti al viaggio, si può disdire. Glielo dico e m’impunto. Lei si arrabbia ma a quel punto non può più dirmi niente. Il giorno seguente proveranno a fregarci sul conto ma ce ne accorgiamo e paghiamo il giusto. Mi hanno lasciato amarezza e più di qualche domanda in testa. E’ giusto impuntarsi come abbiamo fatto? In Euro la differenza non ci avrebbe toccato minimamente, mentre a loro magari avrebbe cambiato qualcosa. Però io ero nel giusto, non li ho imbrogliati. Di contro un po’ mi sono sentito egoista. Tu cos’avresti fatto?

Autobus da Bukit Lawang a Medan

L’indomani, che era Sabato, abbiamo iniziato la nostra avventura on the road. Saliamo sull’autobus scassatissimo che puzzava di nafta diretto a Medan. Non so dire quanti anni possa avere, i sedili sono tutti usurati all’inverosimile, le lamiere che lo formano sembrano tenersi insieme per miracolo, gli ammortizzatori non esistono. Siamo soli e inizia a guidare un ragazzino di tredici anni! Poi fortunatamente prende la guida il padre. Il viaggio scorre più o meno tranquillo, in termini indonesiani ovviamente. Tratti contromano, sorpassi folli, scontri evitati per miracolo, sbandamenti paurosi, guasti meccanici riparati seduta stante, ruote che scivolano giù dall’asfalto con l’autobus che si piega verso sinistra quasi a capottarsi e poi riesce a curvare verso destra snodandosi come fosse un serpente. In tre ore scarse siamo a Medan, ottanta chilometri da Bukit Lawang. Scendiamo alla stazione Nord. Dobbiamo raggiungere quella sud per dirigerci al lago Toba. Prendiamo un opelet, i minibus cittadini. Per attraversare la città, circa dieci chilometri dice la guida, ci impieghiamo un ora e mezza. Da li saliamo sull’autobus per Parapat, centocinquanta chilometri a sud ovest. Incontriamo una coppia di francesi conosciuta nella giungla. Facciamo il viaggio con loro. Cinque ore di viaggio indimenticabili. Gli autobus indonesiani hanno una fila di tre sedili a destra e una di due a sinistra. Ma la dimensione dell’autobus è quella standard. Ovviamente capitiamo in quella da tre posti. Per tutto il tempo non mi posso muovere, il posto per le gambe è ridottissimo e sono stretto tra una signora con bambino in braccio ed Elena. Fa un caldo folle, sudo tantissimo. L’autobus è pienissimo, corridoio compreso. Le fermate non esisto, ci si ferma dove la gente chiede di fermarsi sbattendo un sasso sulla struttura in ferro del veicolo. Ci fermiamo ogni cinquanta metri, poi sorpassi e strombazzamenti ogni due metri. Arriviamo finalmente a Parapat verso le sette e mezza. Le navi per Tuk Tuk sono già tutte partite. Una ragazza ci dice che possiamo prenderne una per Tomok e da li raggiungere Tuk Tuk in moto. Ci guida alla barca e si mette d’accordo col fratello per farci pagare il triplo del biglietto normale. Ma va benissimo così. Arriviamo e Tomok, contrattiamo con un opelet e ci facciamo portare al Mas Cottage, cosigliatoci dalla coppia tedesca. Il posto è molto bello, decidiamo di stare nell’unica casa Batak libera, mentre i francesi scelgono la stanza normale. Così ci avviamo a mangiare, sono le nove di sera e l’ultima cosa messa nello stomaco risale alla colazione alle sette di mattina.

Un viaggio che in italia sarebbe possibile in un paio d’ore, massimo tre. Qui almeno dodici. Percorrendo la Transumatran Highway, l’arteria che percorre tutta Sumatra, la strada principale e più grande, quasi una mulattiera a due corsie dove per noi i sorpassi sarebbero impossibili e dove scorrono tutte le merci necessarie per vivere. Lungo la quale tutta le gente si sposta per andare a lavorare o a scuola. Penso che mentre io qualche mese fa mi facevo il nodo alla cravatta e mi spruzzavo profumo di Paul Smith, centinaia, migliaia di indonesiani passavano ore dentro autobus scassatissimi, puzzolenti e pieni all’inverosimile per poter portare a casa qualche rupia per sfamare la famiglia. Ma anche le persone più abbienti non hanno tante altre alternative che attraversare quella giungla di moto, scooter, becak, opelet, autobus, camion, auto scassate, carichi di frutti tropicali, carichi di legname, di ghiaia, di benzina, di cibo, per poter mandare avanti la loro vita. E questo tutti i giorni. Da anni e per anni.

Ci abbandoniamo in un sonno profondo, cullati dal rumore del lago, protetti dagli spiriti Batak che ci garantisco degli sweet Batak dreams, come ci assicura San, il ragazzo che amministra il Mas Cottage. Vivo in un sogno, al riparo sotto ad un tetto a forma di nave che dall’interno mi sembra un fienile. E penso alla vita. Alla paura di morire che a volte mi prende. E capisco che quando si è felici, come lo sono in questo momento, non esiste la paura di morire perchè la vita che si sta vivendo è stupenda e non si può volere niente di più.

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