6. Nella Giungla

Aeroporto di Medan

Mercoledì. Volo Mandala Singapore – Medan. Occidentali raggruppati nella sezione centrale dell’aeromobile. Tanti veli in testa. Pelli scure e molti tratti nuovi e diversi tra loro. Arachidi al sapore di aglio vengono serviti come snack. Un volo tranquillo e siamo finalmente in Indonesia. Avrò pronunciato questo nome un milione di volte almeno. Ora ci siamo. Sorvoliamo una distesa di baracche. A primo acchitto sembra meglio di Negombo. Atterriamo. Il terminal è un’edifico di legno molto colorato e con i tetti tipici di questa zona. Abbiamo definitivamente lasciato il mondo luccicante dell’ovest.

Ci dirigiamo all’ufficio visti. Il funzionario dopo aver preso i nostri soldi, aprendo il passaporto si accorge che siamo italiani, e sorridendo, ci chiede la traduzione in italiano di “I love you”, “I like you”, “You are very beautiful”.Tutto contento e sorridente si fa scrivere le frasi da Elena su di un foglietto. Ce ne andiamo con il nostro bel visto azzurro e usciamo in strada. Veniamo subito assaliti da taxisti di vario genere. Riusciamo a contrattare un prezzo decente con un “Becak”, un sidecar improvvisatissimo. Saliamo e sbatto il ginocchio su uno spigolo del telaio. Esce sangue. Poco. Ma già ho l’ansia di prendermi qualcosa di strano. Iniziamo ad attraversare Medan. Lo spettacolo non è dei più belli. Baracche, baracche e baracche. E tantissima gente. Motorini, carretti carichi di frutta, gente scalza. Arriviamo alla stazione degli autobus e non siamo ancora scesi che un tizio ci prende le valigie per caricarle nel suo furgone. Veniamo circondati da tre quattro persone che ci vogliono offrire dei passaggi. Magicamente ci troviamo a bordo di un furgone scassatissimo con un tipo matto al volante. Partiamo. Spazio per le gambe inesistente. Zaino da quindici chili sulle ginocchia. Per circa mezz’ora siamo dentro ad un videogioco di cattivo gusto. Schizziamo lungo le strade trafficatissime con il conducente e altri due ragazzi, che sporgendosi fuori dal finestrino urlano a chiunque sia lungo la loro rotta e dirigono il traffico davanti, dietro e ai nostri lati. Sfioriamo carretti di frutta e verdura, andiamo contromano per centinaia di metri, evitiamo moto e pedoni come per miracolo. Dopo circa una decina di chilometri ci fermiamo davanti ad un mercato. Un ragazzo punk-indonesiano, ci suona accanto in cerca di qualche spicciolo. Noi veniamo intimati a scendere e a pagare. Peccato che non siamo a destinazione. Sappiamo che Bukit Lawang dista circa novanta chilometri da Medan. Cerchiamo di farci capire e ci lasciano rimanere. Ripartiamo dopo mezz’ora circa. Andatura più tranquilla dato il tetto carico di bagagli e l’aumentato numero di passeggeri. Usciamo dalla città e passiamo enormi distese di piantagioni di palme, attraversiamo agglomerati di baracche, paghiamo poliziotti per farci attraversare i villaggi, buchiamo e cambiamo una gomma, sudiamo come bestie. Dopo due ore arriviamo. Per fortuna. Siamo sotto schock e stanchissimi. Ci dirigiamo verso la guesthouse consigliata dalla guida e chiediamo una stanza. Come se esistesse solo quella staza, la prendiamo. Fa schifo. Tantissimo.

C’è un mix di backpackers internazionale, francesi, tedeschi, olandesi, neozelandesi, canadesi, cechi. Il villaggio sembra sostenersi solo di turismo. E i locali, in tutti i modi, cercano di venderti qualcosa. Visite guidate nella giungla, carte telefoniche, trasporti verso altre destinazioni, carte telefoniche, cambio valuta. Il posto dove alloggiamo, gestito da una certa Noora, una signora alquanto grassa e con difficoltà a muoversi, ha un’aria parecchio mafiosa. Nel senso che tutti i locali che ci lavorano o che sono di passaggio, cercano di darti informazioni poco veritiere in modo da farti acquistare i loro servizi. Imbrogliano nei conti e alcuni sono anche un po’ maleducati, Noora in primis. Nonostante ciò, prenotiamo un’escursione nella giungla di due giorni. Giovedì mattina alle nove, dopo una colazione veloce, partiamo. Il primo tratto del sentiero è terribile. Una parete verticale da scalare. Io, con il mio bel zaino pesante e i jeans, faccio una fatica immane. Già dopo circa cinque minuti sono completamente bagnato di sudore e pieno di fango. L’umidità della foresta pluviale toglie il fiato. Ci addentriamo nella vegetazione, fitta da non credere tanto da non poter vedere mai il cielo. Ci sono piante strane dalla foglie giganti, liane maestose che scendono attorcigliandosi al suolo, farfalle coloratissime dalle dimensioni enormi. Avvistiamo il primo Orango, che timidamente si nasconde un po’ e per poco non ci costringe ad una doccia calda. Poco dopo avvistiamo una famigliola di scimmiette, le Thomas’s Leaf Monkey, ci dicono le guida.

Thomas’ Leaf Monkey

Metto un pezzo di banana sul palmo della mano e la scimmietta, con le sue manine nere, se lo prende e se lo porta alla bocca che fa poi lavorare a gran velocità. Poco più avanti avvistiamo altri oranghi e rimaniamo decine di minuti ad osservare questi uomini della foresta che si rilassano dondolandosi sui rami. Durante tutta la giornata ne avvistiamo parecchi ed anche da molto vicino. Poi gibboni neri e bianchi e piccoli macachi. Riusciamo pure a vedere la temuta Mina, l’orango a cui piace tanto  attaccare i turisti.

Orangutan

Finalmente arriviamo al campo. Sono le quattro di pomeriggio abbondanti. Siamo esausti, sudati e puzzolenti come poche volte in vita mia, pieni di fango. Il campo è lungo il fiume, così ci spogliamo e andiamo tutti a fare il bagno. Il nostro gruppo è composto da circa quindici persone, tutte molto tranquille e ben disposte ad accettare le regole della giungla.

Al campo, che non è altro che una serie di baracche di pali di legno e teli di naylon, vivono stabili parecchie persone. C’è una jungle kitchen, con i relativi cuochi e facchini che scendono in paese a prendere il cibo, c’è chi taglia la legna e chi riassetta il campo, chi fa risalire le enormi camere d’aria che vengono usate per fare tubing lungo il fiume. Tutto con parametri da giungla ovviamente.

Bivacco nella giungla

Dopo aver steso un telo per terra, le nostre guide preparano per la cena. Riso con verdure e pollo, verdure al peperoncino, patatine. Mangiamo a lume di candela, beviamo acqua di fiume bollita, e finiamo con te caldo e arichidi. Iniziano poi una serie di giochi di gruppo, rompicapi e storie divertenti. I ragazzi che ci fanno da guida sembrano godersi il momento di celebrità, li vedi che sono orgogliosi di essere al centro dell’attenzione, si divertono a prenderci in giro, e ridono. Ridono e ridono. Non credo di conoscere un gruppo di persone così allegro e contento da noi in Europa. E ovviamente questa cosa ti fa pensare molto. Sono degli animali, degli anfibi, entrano ed escono dall’acqua come se acqua ed aria avessero la stessa densità, vivono in baracche, mangiano con le mani, sono sporchi ma non dà fastidio a nessuno. Passano giorni nella giungla trasportando carichi pesantissimi, non hanno l’assistenza sanitaria nè la pensione. Ma ridono. Davvero molto.

Dopo aver parlato un po’ con una simpatica coppia di bavaresi, di Olching per la precisione, andiamo tutti a dormire al riparo dalla pioggia che scende svogliatamente. Il rumore del fiume, a due metri dal nostro bivacco, ci culla durante tutta la notte, che passerà lenta e quasi insonne.

Tutte le tue preoccupazione, Ben, tutte le mie. L’università, la carriera, il lavoro, i soldi, l’apparenza, la depressione e la tristezza, la ricerca di un qualcosa che non sappiamo cosa sia, la paura e la preoccupazione per il domani. Lo status di emigrato. La voglia di emigrare. Tutto delicatamente dentro un pentolone annerito a cuocere sopra braci ardenti di legno della giungla. Un tutto che l’indomani fluisce con vivacità lungo un fiume che, come un tempo, rappresenta la linfa vitale per un popolo spensierato.

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