5. Singapore

In due giorni abbiamo avuto un assaggio di mondo arabo, ci siamo immersi nella vita di una città di mare srilankese e infine ci siamo addentrati nell’asia ruggente: nella città del leone. Continuo ad elaborare pensieri ed immagini. Quando chiudo le palpebre i miei occhi si muovono rapidi spinti dalle immagini contrastanti nella mia memoria.

Cerco di immaginarti qui con me, Ben. Sono convinto che la curiosità che ho nell’osservare e capire, l’avresti pure tu. Ciò nonostante, penso che determinate sfumature ti sfuggirebbero. Come, per esempio, l’importanza e la forza del ciondolare la testa degli Indiani. Oppure come possa essere determinante il fatto di essere “bianchi” in questo melting pot di razze. O come possa essere più o meno subdola l’influenza del governo di Singapore nella società.

Arriviamo a Singapore che sono quasi le dieci di sera. Di domenica sera. Preleviamo dollari e arriviamo a Kembangan dove ci attende Irene. Ci accompagna a casa sua dove saremo ospitati fino a domani. La casa è molto bella e si sviluppa su quattro livelli. Per terra marmo, vetro sulle scale, parquet nelle camere. Singapore si presenta come una città ipermoderna e ricca. Ci raccontano che il sessanta per cento delle famiglie è milionaria. Ma non è la sua unica faccia, nonostante sia quella più conosciuta e visibile. E’ tardi e abbiamo fame. Non sembra essere un problema a Singapore, dove il cibo ti circonda ovunque e in ogni momento. Ci togliamo la fame mangiando in un chiosco vicino a casa, noodles malesi e una specie di piadina al formaggio con salsa al curry.

Skyline Singapore

 Ci addormentiamo noncuranti del jetlag e ci risvegliamo rigenerati. Giriamo senza sosta l’area di City Hall, esplanade, poi giù lungo le queys, China Town, little India e Bugis. Circa dieci ora di cammino. Puzzo moltissimo. Restiamo a bocca aperta nell’ammirare la modernità di questa città efficentissima ma ci stupiscono altrettanto i forti contrasti. Little India è un’India in versione soft. Ma comunque ben diversa dall’ordine regnante in città. Finiamo per cenare in un ristorante malese dove il cameriere, malese, mi aggiorna sulla situazione del calciomercato della Serie A.

Arriviamo a casa esausti e Varun ci accoglie con un gin and tonic indian style. Dormiamo come due angioletti.

Ieri abbiamo visitato il recentissimo Marina Bay Sands. Tre torri altissime coperte da un’enorme nave che si adagia sul tetto morbida. Davvero impressionante. Poi abbiamo attraversato Orchad Road, più di un chilometri tapezzato di centri commerciali luccicanti e principale passatempo nelle domeniche singaporesi. Finiamo per visitare una parte della East Coast beach dove mangiamo in un ristorante vietnamita.

Ristorante Usman – Little India – Singapore

Dopo una doccia a casa dove incontriamo Irene ce ne torniamo fuori, zona queys, per una birra in compagnia di Antonio e Alicia che raccontano i dettagli della loro vita da architetti in Asia. Poi tutti a Little India da Usman, uno dei ristoranti preferiti dai ragazzi che ci ospitano. L’aspetto del ristorante, non proprio da stella Michelin come quello al Marina Bay Sands dal quale avevamo preso dei ravioli al Chilli Crab, si rivela fantastico. I gestori conosco perfettamente il nostro gruppo e ci trattano come degli abitue. Ce ne torniamo per l’ultima notte a Singapore.

Stamattina abbiamo finito di fare lo zaino e ci siamo diretti all’aeroporto, Budget terminal, dove il nostro volo Mandala per Medan ci sta aspettando.

Continuo a riflettere su quello che ci è stato raccontato. Forse ti sembrerò pesante, Ben. Credo che certe cose tu non te le chiederesti. Tu guardi i paesi sul mappamondo come forme geometriche interessanti e immagini avventure. Io invece, dopo qualche viaggio e esperienza di vita all’estero, vedo le cose in modo diverso. Rifletto su quello che mi ha raccontato Alicia. Lei dice che in qualche modo, più viaggia e più diventa intollerante. Nel senso che elimina molti paesi dalla sua lista di possibili luoghi dove vivere. E penso che capiti lo stesso pure a me. Quello che tu sempre mi racconti, quel fastidio verso l’Italia, quella repulsione verso la nostra cultura e le nostre abitudini, quella voglia di andartene da qualche altra parte. Probabilmente la rivaluteresti se te ne andassi per qualche anno in giro. A questo sto pensando. Uno s’immagina chissà quale paradiso lontano da casa, e magari lo trova pure, ma poi ti senti appiccicato alla voglia del bar sotto casa con cappuccino e brioches, al bisogno di cultura, di leggere e vedere film e andare a teatro. Qui a Singapore per esempio, non ci si può togliere più di tanto la voglia di cultura. E ovviamente ho ancora in testa la mia vita tedesca. E non posso evitare di fare confronti.

Quelli che ti riporto sono ragionamenti quasi senza struttura, ma sono pensieri umidi e caldi come l’alba a Singapore. Ho ancora bisogno di tempo per elaborarli.

Medan ci aspetta e, oltre alla curiosità di arrivare finalmente in Indonesia, un po’ di ansia ci fa respirare un po’ più velocemente del solito.

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