3. L’aeroporto senza tempo

Spazio senza tempo del Dubai International Airport. Il primo volo è andato tranquillo, se non fosse per un bambino cinese che urlava con una potenza indescrivibile. E’ stato un bel volo. Un insieme di razze fighissimo. Accenti londinesi, erre arrotolate non di Marghera ma bensì Indiane. Tuniche dai colori sgargianti, turbanti, scarpe curiosissime. Odore di curry e di builder tea. Mi sono sentito al mio posto.

Abbiamo guardato un film sugli schermetti dei nostri sedili, mi sono divertito a vedere una puntata di Tom e Jerry. Copertina a creare il microclima ideale, pasto soddisfacente nonostante il mio tanto atteso pasto Hindu non sia arrivato. Ho dovuto accontentarmi dello standard. Pazienza. Filetto di salmone con riso e broccoli e insalata di tonno con fagiolini. Più dolce al cioccolato con salsa all’amarena e cioccolato fuso. Quello tu non l’avresti mangiato, ne sono sicuro. Non essendo abituato a tutto sto lusso, mi sono sentito un signore. E so che mi capisci bene, in questo siamo molto uguali. Ad Elena è arrivato l’Asian Vegetarian come su ordinazione. Melanzane in agrodolce e una salsa di fagioli accompagnati da riso al curry. Ne è rimasta un po’ delusa mentre a me piaceva. Da qualche anno credo di poter mangiare qualsiasi cibo.

Il cielo geometrico, linea tagliente dell’orizzonte a separare l’aria dalla sabbia. All’inseguimento dell’alba, che arriva vellutata, dissolve la curva linea arancione in una fascia fosca che si dilata al passare dei minuti. Immersi in una foschia densa guardiamo le dune sotto di noi. Strade dritte, illuminate a perfezione, leggermente ricoperte di sabbia, si incrociano ad angoli retti. Isole di case tutte uguali, recintate come animali da pascolo. Piscine. Quadrati perfettamente verdi.

Si apre il portellone dell’aereo. Facciamo un passo fuori. Una sberla che non immagini. Ore 5.30 locali. 33 gradi centigradi. Umidità al 90%. Interessante. Proviamo a fare una foto ma la fotocamera si appanna completamente.

Aspettiamo il volo per Colombo con tappa a Made, Maldive. I colori della pelle sono in media più scuri. Alcune donne con il chador, altre con il burka. Un ragazzo con RayBan verdi fosforescenti. Le scritte arabe mi sembrano il disegno dello skyline di molte città mediorientali. Il contorno delle moschee, qualche duna, alcuni palazzi.

Il Dubai International Airport è un frullato di mondo. Ci trovi tutto dentro. L’inverno, l’estate, gli stivali da cowboy, il mocassino italiano, i turbanti indiani, resti di vacanze, di villaggi turistici, di riunioni di lavoro. Siamo rinchiusi nel Duty Free e fondamentalmente è un posto di merda. Tu avresti avuti anche meno pazienza di me. L’occidente inutile racchiuso in un corridoio lungo almeno un chilometro.

C’è troppa voglia di continuare verso Est vecchio mio. Tanta da non riuscire a star fermo nonostante una notte insonne.

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